Articoli, saggi, Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 2016-12-20

UN BAMBINO DA AMARE - Sara COSTANZO

Una cosa che amo delle domeniche pomeriggio  (quando ormai è già buio e ti senti giustificato a rimandare le cose da fare) sono i film alla tv.

Lui è David, vedovo e scrittore di libri di fantascienza. E' un ex bambino "diverso" , di quelli che guardavano il mondo da una "distanza di sicurezza" immaginando mondi e storie straordinarie. Mosso dal desiderio di dare un senso alla sua vita, David decide di adottare un bambino e ancor più di accettare la sfida che il destino (nelle vesti di una graziosa istitutrice che ha tutta l'aria di un'amica di famiglia) gli ha riservato: Dennis, un bimbo biondo e dalla carnagione eterea che crede di venire da Marte.

E' una storia, dolce e commuovente, sulla diversità e sull'appartenenza. Una storia in cui queste due cose, che in alcune vite sembrano irrimediabilmente divise, riescono a ritrovarsi nello sguardo di qualcuno che ti ama.

Un cammino fatto di piccoli passi.

Il piccolo Dennis passa molto tempo in una scatola di cartone, scatta foto a qualunque cosa veda; conosce il sapore dei colori e dice di avere una certa quantità di desideri marziani da realizzare. E David è li che lo osserva, indeciso se andare o meno incontro a questa avventura.

La diversità è sempre una sfida, che lo si ammetta o no. E chi sceglie di affrontarla con la segreta speranza che essa svanisca appena in contatto con l'"ordinario" pecca di superficialità. La superficialità di chi in fondo (spesso, molto in fondo) crede che il proprio mondo debba essere la misura di tutte le cose.

David regala al bimbo una crema solare (i marziani non reggono la luce del sole) e un paio di occhiali scuri. Gli onnipresenti servizi sociali gli chiedono come intende gestire la questione e lui risponde, con grande semplicità, che la fantasia è spesso un modo per affrontare temi dolorosi (in fondo il bimbo è stato abbandonato) e che lui farà il possibile per lasciare che Terra e Marte abbiano entrambi un posto nella vita di suo figlio.

Ci sono diversità amabili e diversità che fanno paura. In fondo la diversità dipende da come la porti, come le maglie troppo larghe o i calzini sotto i sandali. Può essere affascinante, particolare, quasi invidiabile. O grossolana, altezzosa, oscura. Con gli anni mi sono convinta che non è tanto una questione di essere uguali o diversi dagli altri, quanto di scegliere con cura  il terreno su cui poggiare le nostre certezze. Ci sono diversità assolutamente dozzinali, legate a mondi di significato che non vanno al di la se stessi e cose assolutamente ordinarie che sembrano trascinarti verso mondi straordinari. Per dire che non è la diversità o la normalità a definire il valore di un pensiero, di un atteggiamento, di un vissuto ma solo i principi su cui tutto questo poggia e la coerenza con cui si riesce ad incarnarli nella propria vita.

Il piccolo Dannis entra nella vita di David. Scatta sempre tante foto, passa molto tempo a testa in giù e gira con una specie di cintura che aiuta la forza di gravità  a tenerlo sulla  terra. David difende questa sua particolarità, lo incita ad essere stesso e al tempo stesso lo conduce nel mondo delle cose terrestri: il baseball, la scuola, la vita di famiglia. Ascolta con attenzione le storie di Marte, affascinato dalla diversità del bambino. Al punto che davvero si chiede se non sia per davvero un pò straniero, un bambino prescelto per qualcosa di straordinario.

La diversità cerca con ogni sua cellula di essere speciale. Come una sorta di ricompensa per la sofferenza che ad essa sempre è legata. Sembra un paradosso, ma chi ha sperimentato questa sensazione di esclusione vuole essere come gli altri e al tempo stesso non può pensare che tutto finisca cosi. Che i mondi stranieri a cui la sofferenza lo ha condotto, le lingua che il dolore gli ha insegnato a parlare , gli elfi e le fate che la sua sensibilità si è abituata a vedere, spariscano nel ritmo di giornate ordinarie. Con il tempo mi sono convinta che la diversità voglia solo essere affinata, trovare una via di espressione che la porti nel mondo e la renda accessibile agli altri. Che voglia (e torniamo al tema) appartenere restare e stessa.

La scena finale è molto bella: il bambino (che da tempo dice che la sua missione sulla Terra sta terminando) scappa di casa. Lo ritrovano sull'argine di una torre, che aspetta la navicella che verrà a prenderlo. David lo raggiunge e li, a pochi centimetri dal vuoto (ma tanto è una commedia e si sa che nelle commedie non muore mai nessuno se non per gioco) gli dice ciò che piano piano stava capendo egli stesso: che lui è speciale e non importa da dove si viene; che ciò che conta è solo la certezza di essere amati e che questo amore non ti abbandonerà.

L'unica cosa che ci fa appartenere ed essere diversi al tempo stesso è uno sguardo d'amore (e mi si perdoni la banalità). Non deve essere sempre gentile, non deve dirci sempre ciò che vogliano ma deve esserci ogni volta che lo cerchiamo. Non deve farci sconti sulla sofferenza (la diversità ne è sempre pregna ma è anche una strada che affina il cuore, una possibilità di trovare se stessi) ma darci la pace, trasmetterci il senso e la certezza che quel percorso porta a noi stessi. Anche se questo vuol dire salire qualche volta su Marte.



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