Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-07-05

UN PASSO AVANTI E DUE INDIETRO: IL TRIBUNALE DI FIRENZE E IL DANNO NON PATRIMONIALE - Trib. Firenze 1011/15 - A.FABBRICATORE

Tribunale di Firenze, Sezione II Civile, Sentenza 25-26 marzo 2015, n. 1011

Il Tribunale di Firenze, con la sentenza in epigrafe, riconosce il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale anche alla fidanzata ancora non convivente della vittima deceduta a seguito di un sinistro stradale.

Un passo avanti: la pronuncia tiene conto delle più recenti aperture delle Corti superiori in materia di legittimazione all"azione di risarcimento del danno non patrimoniale. Si pone nel solco di un importante arresto della sez. III civile della S.C., in occasione del quale i Giudici di legittimità hanno riconosciuto la possibilità anche per il soggetto non convivente ma legato affettivamente alla vittima principale, di agire per il risarcimento del danno patito a seguito della perdita della persona cara.

In particolare, il riferimento fatto ai "prossimi congiunti" della vittima c.d. primaria quali soggetti danneggiati iure proprio a cagione del carattere plurioffensivo dell'illecito, deve oggi essere inteso nel senso che, in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo tra questi ultimi e la vittima, è proprio la lesione che colpisce tale peculiare situazione affettiva a connotare l'ingiustizia del danno ed a rendere risarcibili le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate (se ed in quanto queste siano allegate e dimostrate quale danno-conseguenza), a prescindere dall'esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali. Affinchè si configuri la lesione di un interesse a rilevanza costituzionale, la convivenza non deve essere intesa necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come stabile legame tra due persone, connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti.

Va da sé, dunque, che i riferimenti costituzionali non siano gli artt. 29 e 30 della Costituzione, sì che detto legame debba essere necessariamente strutturato come un rapporto di coniugio, ed a questo debba somigliare, quanto piuttosto l'art. 2 Cost., che attribuisce rilevanza costituzionale alla sfera relazionale della persona, in quanto tale (Cass. 21 marzo 2013, n. 7128).

Le pronunce richiamate, tra l"altro, inducono a riflettere sulla possibilità di continuare a dare risalto a concetti ormai esauriti, almeno all"interno del perimetro del danno alla persona. Il riferimento è alle figure del danno indiretto e del danno di rimbalzo. Del resto, se si escludono ipotesi particolari e comunque non attinenti alla tutela della persona (ad es. il danno lamentato dal socio per la perdita di valore della propria quota dovuta alla negligente gestione degli amministratori, quando legittimata all"azione di responsabilità verso quest"ultimi è la sola società), risulta difficile far passare per indiretti o di rimbalzo i danni derivanti dalla perdita di un congiunto. Se, infatti, il discorso viene calato nel contesto normativo e soprattutto in quello costituzionale, ci si accorge che non vi sono interessi preminenti e comunque privilegiati rispetto ad altri: se dal fatto illecito, ad esempio, derivi la morte della vittima, il danno lamentato dal congiunto non può essere definito indiretto poiché in stretto rapporto causale con l"illecito stesso. Oltretutto se il danno non patrimoniale è sempre danno-conseguenza, la teoria dei danni indiretti e di rimbalzo presupporrebbe una ulteriore conseguenza alla conseguenza diretta dell"illecito, per arrivare ad una dubbia teoria del danno-conseguenza della conseguenza principale. Più semplice, a questo punto, ammettere che dallo stesso fatto possano originarsi effetti diversi che pregiudichino interessi disparati di persone differenti. Tale ricostruzione non collide, anzi combacia alla perfezione, con l"idea di plurioffensività di un illecito.

Se un meteorite dovesse colpire la Terra, cadendo però in pieno oceano, non potrebbe percepirsi alcuna modificazione negativa della realtà fintanto che non vi siano delle conseguenze dannose apprezzabili; tuttavia, se la conseguenza diretta fosse quella di un innalzamento eccessivo delle temperature marine, magari graduale nel tempo, con esiti infausti per la flora e la fauna di un"ampia area geografica, e quindi per i pescatori, per le famiglie di quest"ultimi, per le economie locali, per il turismo, le ragioni di un simile depauperamento possono essere attribuite alla caduta del meteorite o all"alterazione ex se di uno dei principali fattori che regolano l"ecosistema marino? Chiederemo un parere al pescatore o all"operatore turistico che non potrà più proporre immersioni subacquee.

Due passi indietro: alcuni punti della pronuncia del Tribunale fiorentino ripropongono argomentazioni piuttosto farraginose. Si afferma, ad esempio, che nell'ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, il c.d. danno morale ed il danno c.d. esistenziale non individuano autonome sottocategorie di danno, ma tra i possibili pregiudizi non patrimoniali descrivono un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva anche transeunte; il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che il pregiudizio deve essere interamente ristorato, ma si devono evitare duplicazioni; determina duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale o del danno esistenziale, nonché la congiunta attribuzione del danno morale e di quello esistenziale; semmai, il giudice deve procedere ad adeguata personalizzazione del­ la liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza. Il danno a persona, ed in particolar modo l"ambito del danno non patrimoniale, si compendia in una miriade di nozioni, tutte diverse le une dalle altre e, per ciò solo, autonome le une dalle altre. Il pericolo delle duplicazioni risarcitorie può essere aggirato solo mediante una profonda comprensione delle sottocategorie che formano l"universo del danno non patrimoniale. Solo mediante un"analisi fenomenologica dell"evento e delle sue conseguenze e dalla valutazione dei risvolti negativi in capo alla vittima è possibile comprendere in concreto cosa vada risarcito ed in quale misura. La teoria unitaria del danno non patrimoniale, ormai grossomodo superata, al contrario si espone maggiormente al pericolo di errori in sede di liquidazione del danno.

Una recente sentenza della Cassazione, commentata dalla Prof.ssa Ziviz in questa rivista ("DANNO ALLA PERSONA, LE DUE DISTINTE COMPONENTI: Cass. 11851/2015"), ci ricorda che "troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l"analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza. Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua "interezza", è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da sé. In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta (e la conseguente, corretta costruzione di categorie) all"interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia".

Da una parte, pertanto, il danno morale, la sofferenza che l"individuo avverte nella sua sfera interiore, dall"altra, separatamente, il danno esistenziale, ovvero ciò che si abbatte sulla sfera esteriore della vittima, sui suoi equilibri relazionali.

Ancor più dubbia (secondo passo indietro) l"argomentazione addotta per escludere la risarcibilità del danno tanatologico iure successionis: si legge, infatti, che "è orientamento consolidato, soprattutto nella giurisprudenza della Suprema Corte, che, nel caso di lesione dell'integrità fisica con esito letale intervenuto immediatamente o a breve distanza dall'evento lesivo, non sia configurabile un danno biologico stricto sensu, poiché la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita coincide con il definitivo venir meno del soggetto e, quindi, non si traduce e non può tradursi nella contestuale acquisizione al patrimonio della vittima di un diritto al risarcimento trasferibile agli eredi.
Chi perde la vita non acquista un diritto risarcitorio, poiché, fino a quando egli è in vita, non vi è perdita; quando è morto, non è titolare di alcun diritto e non è in grado di acquistarne".

Anche questa ricostruzione è stata, oggi come nei decenni passati, fortemente criticata da buona parte degli studiosi della materia: si tratta infatti di escludere che la vittima, morta a breve distanza temporale dall"evento dannoso, possa acquisire al proprio patrimonio un diritto al risarcimento validamente trasmissibile agli eredi.

Hanno sopperito a questo vuoto più o meno evidente nell"ambito della tutela della persona, le discusse figure dei danni terminali (biologico terminale e morale catastrofale), non riuscendo, comunque, a superare il problema vero della risarcibilità del danno da morte immediata. Le difficoltà sono state solo aggirate e mai affrontate con determinazione. L"artificiosa categoria dei danni terminali si riferisce ad ipotesi di danni patiti in vita dalla vittima, che sia oltretutto in grado di percepire simili sofferenze. Altro significa risarcire un danno da perdita in sé della vita: ciò dovrebbe avvenire indipendentemente dal protrarsi delle sofferenze ante mortem in capo al danneggiato.

Le Sezioni Unite, alle quali è stata rimessa la questione (Cass., ord. 4 marzo 2014, n.5056) sono chiamate a dare un responso importante, fondamentale per gli sviluppi futuri della materia. E ciò indipendentemente dalla scelta che sarà presa, sia essa quella di ammettere la risarcibilità della perdita in sé della vita o, viceversa, quella di negare rimedio alcuno per la lesione del bene fondamentale della persona.



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