Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2014-02-02

UNA GIORNATA DELLA MEMORIA INSOLITA – Maria Rosa PANTÉ

Una mattina, prima della pausa natalizia, Eugenio Paglino e Lara Pincisvalle, due studenti dell'ultimo anno del Liceo Classico d'Adda, di Varallo, dove io lavoro, vennero da me in biblioteca. Avevano l'aria di chi ne ha pensata una proprio bella, di chi ha fatto una scoperta, di chi ha sognato qualcosa. E vuole realizzarlo. Mi esposero la loro idea per la Giornata della Memoria. Ricordo che subito mi vennero alla bocca le critiche e le difficoltà, ma i due studenti, che fanno parte della Consulta giovanile di Vercelli, non si diedero per vinti. Avevano avuto l'incarico di pensare a qualcosa per la Giornata della Memoria e loro una cosa l'avevano pensata davvero. Durante le vacanze mi arrivò una mail molto corposa, conteneva tutto ciò che serviva per realizzare il progetto del Museo della Memoria. I due avevano lavorato sodo: il 27 Gennaio è una giornata difficile.

Difficile perché si ricorda un fatto tremendo, un abisso in cui nessun essere umano avrebbe dovuto cadere: lo sterminio organizzato di uomini contro altri uomini. Difficile anche perché ormai questa data si allontana nel tempo e la giornata rischia di diventare una cerimonia vuota, di cui non si ricorda nemmeno il perché e che non emoziona più.

Ma è il momento di dire cosa hanno architettato i due coraggiosi studenti: una visita al Museo delle Memoria!

Sì perché in Istituto era passata una circolare, in cui si diceva che le classi il 27 avrebbero visitato questo misterioso Museo. Ma dov'era il Museo nessuno pareva saperlo. Qui vicino, qui vicino, si vociferava.

Quanto vicino nessuno lo immaginava.

Il 27 mattina, al suono della campanella, un suono fuori orario, improvviso, inaspettato, le classi sono uscite. Gli studenti, un po' spaesati, hanno cercato di capire cosa fosse accaduto. Poco alla volta studenti e professori si sono accorti che il Museo della Memoria era lì, nel corridoio della scuola, davanti ai loro occhi.

Davanti ai loro occhi alcuni loro compagni erano divenuti statue viventi, installazioni del Museo della Memoria. Ognuno dei ragazzi, infatti, ricordava, rappresentava un momento dell'olocausto, ma non solo, anche i molti, troppi altri mali, stragi, dolori del mondo, nel passato e nel presente.

C'era qualche eroe positivo, perché la memoria è anche speranza in un mondo migliore.

Noi adulti, coinvolti nell'organizzazione, abbiamo temuto il caos e invece i ragazzi ci hanno stupito.

Qualcuno ha forse riso, ha pensato a un caffè fuori orario, ma poi l'atmosfera, carica di significato, di emozione che veniva dalle statue viventi ha prevalso e, nel silenzio, i ragazzi di tutto l'istituto hanno percorso i tre piani guardando i loro compagni fatti statue. Alla fine hanno ascoltato un breve discorso scritto dagli ideatori che spiegava il perché di quel modo davvero nuovo di fare Memoria.

È stato un momento a tratti davvero commovente, sempre emozionante.

Bravi gli ideatori e bravi i loro compagni che hanno prestato il loro corpo e la loro anima a personaggi dolorosi. Si andava dalla vittima del lager, a Nelson Mandela, ma anche all'immigrato nei CIE italiani o alla donna stuprata. Ultima installazione ricordava Malala la ragazza pakistana che rivendica il diritto allo studio come unica arma contro la violenza. Un messaggio che vale da sempre e per sempre.

Senza retorica, non resta che sperare che l'evoluzione umana, a cominciare da noi, preveda davvero l'orrore e il ripudio della violenza.



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immagine A3M

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