Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2015-06-16

UNA NUOVA LEGGE SUL SERVIZIO IDRICO – Alceste SANTUARI

Il referendum del giugno 2011 "già le mani dall"acqua" ha segnato un "punto" a favore della gestione dell"acqua pubblica

La sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 ha dichiarato illegittimo l"art. 4, d.l. 138/2011

Ora, il ddl n. 2212 introduce una nuova disciplina del SII

In questi giorni, ha preso avvio alla Camera l"esame del disegno di legge n. 2212, recante "Princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico, nonché delega al Governo per l"adozione di tributi destinati al suo finanziamento".

Si tratta di un disegno di legge che si colloca in un "cammino" di progressiva sensibilizzazione sul tema dell"acqua (pubblica) come risorsa "indisponibile", nel senso di renderla estranea a progetti di privatizzazione (cfr. referendum del giugno 2011).

La nuova proposta di legge riporta il tema dell"acqua, della sua gestione, organizzazione, tariffazione, ecc. al centro del dibattito in un momento storico in cui sia l"Expo a Milano sia l"Enciclica sul Creato di Papa Francesco evidenziano l"importanza dell"acqua come ricorsa per tutti.

Il servizio idrico viene interpretato quale "servente" l"esigenza di "tutelare il pubblico interesse allo svolgimento di un servizio essenziale in situazione di monopolio naturale ai sensi dell"articolo 43 della Costituzione". Conseguentemente, il servizio idrico integrato è considerato servizio pubblico locale privo di rilevanza economica (art. 4, comma 1). In quest"ottica (art. 4, comma 2), la gestione del servizio idrico integrato:

  1. è sottratta al principio della libera concorrenza,
  2. è realizzata senza finalità lucrative,
  3. persegue finalità di carattere sociale e ambientale,
  4. ed è finanziata attraverso meccanismi di fiscalità generale e specifica nonché meccanismi tariffari.

La funzione regolatoria del governo del ciclo dell"acqua è affidata al Ministero dell"ambiente e, quindi, all"autorità statale. Le regioni esercitano le funzioni e i compiti ad esse spettanti nel quadro delle competenze, costituzionalmente determinate e nel rispetto delle attribuzioni statali e, in particolare, provvedono a disciplinare il governo del rispettivo territorio, possibilmente unificando le competenze in un unico assessorato regionale. Alle Regioni è affidata altresì la redazione del piano di tutela delle acque, strumento di pianificazione e per la tutela qualitativa e quantitativa dei sistemi idrici, su scala regionale e di bacino idrografico.

In funzione della non rilevanza economica del servizio idrico integrato è conferita alle regioni ordinarie, oltre alla definizione dei bacini (e dei relativi enti di governo di bacino) la facoltà di stabilire il modello gestionale del servizio idrico integrato, fermo restando l"obbligo di scegliere tra i modelli previsti per gli enti di diritto pubblico (art. 4, comma 3). Accanto alle Regioni operano gli enti locali: essi, attraverso il consiglio di bacino, svolgono le funzioni di programmazione del piano di bacino, di organizzazione del servizio idrico integrato, di scelta della forma di gestione, di modulazione delle tariffe all"utenza sulla base del metodo definito dal Ministero dell"ambiente e della tutela del territorio e del mare, nonché di affidamento della gestione e del relativo controllo (art. 4, comma 4). Il controllo sull"osservanza delle disposizioni della legge vengono affidate ad un"apposita Agenzia istituita presso il Ministero dell"Ambiente (art. 4, comma 5).

Dal punto di vista giuridico-organizzativo, il disegno di legge prevede che la gestione del servizio idrico integrato sia affidato esclusivamente agli enti di diritto pubblico, quali aziende speciali e aziende speciali consortili. Si tratta, a ben vedere, di due strumenti "pubblicistici", enti strumentali per eccellenza degli enti locali, che dunque lungi dallo scomparire dal novero delle figure giuridiche disponibili a realizzare progetti e interventi di pubblica utilità sembrano riprendere (ancora una volta) vigore.

L"art. 6 del disegno di legge in parola prevede una fase di transizione che, tuttavia, diversamente dal passato, non dovrà essere impiegata per traghettare il sistema dai monopoli locali al libero mercato. Al contrario, il periodo di transizione dovrà essere utilmente impiegato per giungere alla "ri-pubblicizzazione" della gestione del servizio, fissando la decadenza degli affidamenti in essere in concessione a terzi, e definendo i tempi per la trasformazione degli affidamenti in essere mediante società a capitale misto pubblico-privato o società in house. In questo senso, allora, gli enti locali dovranno attivare i percorsi adeguati per trasformare le società in parola in aziende speciali e consortili. Si tratta di un percorso inverso a quello che il legislatore aveva previsto per la trasformazione delle aziende speciali in società di capitali: ora sono quest"ultime a dover essere trasformate in enti di diritto pubblico. Gli enti di diritto pubblico che gestiscono il servizio idrico integrato non sono assoggettati né al patto di stabilità interno relativo agli enti locali né alle limitazioni di carattere contrattuale od occupazionale stabilite per i lavoratori delle amministrazioni pubbliche (art. 6, comma 3).

E tutto ciò in quanto il disegno di legge intende "tutelare il patrimonio idrico come bene comune pubblico inalienabile, a protezione delle future generazioni, e gestito al di fuori delle regole del mercato".



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