Changing Society, Intersezioni -  Redazione P&D - 2016-12-29

UNA VITA ECCEZIONALE - Sara COSTANZO

C'è stato un momento della mia vita in cui ho creduto fermamente di essere "speciale". Non l'ho mai ammesso apertamente, ma ho spesso creduto che la mia vita interiore, il mio modo di vivere la vita, i miei pensieri fossero fatti di una grana diversa e più fine rispetto a quella di tanti altri. Con il tempo (e molte "lezioni") mi sono accorta, non senza sgomento, che le mie tappe non erano diverse da quelle di altre donne, che il mio dolore non era più intenso, le lezioni apprese non erano più originali di quelle che tanti avevano e avrebbero appreso. Fino al punto in cui questa semplice constatazione ha toccato il senso stesso dell'impegno e della esistenza, portando con se questa domanda: cosa ci rende "originali"? Abbastanza da credere ancora e sempre nella nostra vita, nella nostra capacità di portarla aventi fino in fondo,  da permetterci di non lasciarci andare, di non lasciare andare. Cosa dunque ci rende uguali a tutti gli altri, eppure cosi speciali da essere essenziali?

La questione della originalità dell'essere è, nella esperienza della psicoterapia, abbastanza essenziale.

Nel 1968 un grande psicologo americano, Carl Whitaker,  scriveva: " La mia teoria è che tutte le teorie siano cattive, eccetto per chi si trovi ad essere un principiante, fino al momento in cui non ha il coraggio di rinunciare alle teorie e di cominciare a vivere". Il senso della affermazione di Whitaker non è ovviamente il disconoscimento dei contributi teorici, quanto la necessità che su questi prevalga (e dunque sia messa in gioco in via preliminare) l'originalità di chi osserva. Tale posizione di fronte alle cose, lungi dall'essere scontata, è frutto di un processo piuttosto complesso, che riguarda la persona del terapeuta nella sua interezza. Ma non solo. Se guardiamo bene,  ciò che il paziente cerca da noi è, in ultima analisi, proprio questa possibilità di poter stare nella propria vita in un modo che egli sente (e che la condizione patologica gli impedisce) sostanzialmente proprio.

Chi è del "mestiere" sa che una parte essenziale della  formazione è dedicata alla conoscenza di noi stessi e di tutti quegli aspetti che entrano nel nostro modo di relazionarci agli altri e all'ambiente che ci circonda. Se guardiamo all'essenza di questa presa di coscienza, possiamo osservane due aspetti peculiari:

a) scoprire se stessi è un processo che vede innanzi tutto coinvolta la specifica modalità con cui si sono determinate,, nella nostra storia, quelle che in "gergo" sono chiamate "appartenenza" e "separazione". Scegliere, o semplicemente accettare, cosa vogliamo o dobbiamo tenere e cosa possiamo o non possiamo cambiare di noi stessi o del contesto in cui viviamo; trovare la nostra posizione rispetto a ciò che è  "tradizione" e ciò che è "novità", tra  "distanza" e   "vicinanza", tra  "vincolo" e  "innovazione";

b) questo processo avviene nell'individuo rispetto a vari sistemi: la famiglia di origine, i gruppi extrafamiliari (e dunque anche quelli "professionali" con le loro teorie di riferimento), la società in genere. In questo senso possiamo dire che la posizione originale si gioca contemporaneamente - e secondo una modalità di reciproca influenza – su ognuno dei livelli ambientali in cui l'individuo si sviluppa.

Il processo di conoscenza e cambiamento di se stessi presuppone, dunque, la coesistenza tra "tradizione" (nel senso di ciò che a vario titolo c'è "dato", tramandato, insegnato) e una diversa energia ed identità che  si pone ad un livello logico diverso e che a tale lascito è in grado di aderire, per poterlo rielaborare creativamente. L' esistenza dunque di una forza dell'Io, un particolare atteggiarsi del suo senso d'identità, che può guardare a se stesso e che è non solo capace ma "predisposto" (anzi direi proprio perché capace anche predisposto) nel contatto con la realtà presente (ed è questo un punto importante) ad andare "oltre" questo patrimonio, a cambiare il suo cuore, ad innovare la storia.

Cosi intesa, l'originalità tira in gioco un aspetto essenziale del vivere umano: ogni volta che scegliamo di cambiare noi stessi, o qualcosa del mondo che ci circonda, poggiamo il nostro essere e dunque la nostra scelta a qualche cosa che si trova su livello diverso e più "alto" rispetto a ciò che andiamo a cambiare.  In altre parole scegliamo in modo più o meno libero o consapevole – sempre, anche laddove sembra diverso – una nuova appartenenza a qualche cosa d'altro ed è da questa posizione che attuiamo la trasformazione. Intesa cosi l'originalità non si gioca dunque tanto su ciò da cui cerchiamo di staccarci, ma principalmente su ciò di nuovo a cui scegliamo di appartenere e in cui ci posizioniamo.

E' questa scelta  che diventa essenziale, perché da essa dipende non solo la qualità e la tipologia del cambiamento, ma anche  il grado di libertà che possiamo giocarci. L'originalità diventa dunque non tanto un discorso di diversità rispetto a ciò che sono gli altri, quanto una questione di "appartenenza" a qualcosa che ci rende unici, quel qualcosa in grado di restituire al nostro essere il destino che gli è proprio e che dunque ci faccia sentire come "realizzati".



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati