Articoli, saggi, Generalità, varie -  Cendon Paolo - 2014-07-09

UNOSCURA VICENDA - Paolo CENDON

1. In una città del Sud Italia, pochi anni orsono, una docente di materie  giuridiche - che conosco da tempo, e che mi ha esposto recentemente (anche per chiedermi consigli sul da farsi) la vicenda che ora vi racconterò - riceve una sera una telefonata.

Dall"altra parte una voce maschile chiede se è possibile un colloquio.

La docente (che è stata collaboratrice in passato, come "tecnica" esperta dell"argomento, di alcuni fra i relatori che, in Parlamento, a livello di Commissione Giustizia della Camera, si erano occupati del progetto di legge sull"Amministrazione di sostegno, nel corso di una certa legislatura, verso l"inizio dell"anno 2000: il fatto era abbastanza risaputo in città, ecco la ragione della telefonata!) risponde che la cosa è possibile, certo - e pochi giorni dopo avverrà in effetti l"incontro.

2. L"uomo che si presenta alla docente spiega, in breve, il perché della telefonata. E" un tipo sui 55 anni o poco più, racconta di avere un figlio di 25 anni il quale non sta affatto bene: soffre da tempo di seri disturbi psichici. Il figlio non vive col padre bensì con la madre; i genitori si sono a un certo punto separati e il figlio è rimasto ad abitare con la madre.

Il padre si è rifatto una vita sentimentale, è restato in quella città, non ha avuto altri figli, ha sempre mantenuto rapporti stretti e affettuosi con "quel" figlio.

3. Ha bisogno, dice, di una specie di consulenza.

Ultimamente è successo questo. Tempo addietro, il padre aveva comprato e poi regalato una casetta al figlio - meglio, aveva fatto in modo (tirando fuori i soldi) che a risultare come acquirente fosse, nel contratto, il figlio stesso.

E il figlio (che non è affatto migliorato mentalmente col passaggio degli anni, anzi!) ha cominciato da un certo momento in poi a ripetere a tutti,  sempre più spesso, di non voler tenere quella casa per sé -  per abitarci o per affittarla o per altro.

"Preferisco regalarla (ha cominciato a dire) ai bambini del Bangla Desh o magari a quelli di Haiti o a quelli della Thailandia". Quelli hanno infinitamente meno cose di lui, sono tanto più infelici, più sfortunati - meglio che la casa vada a loro, giusto?

Da qualche mese in qua, l"intento donativo-frasncescano è stato ribadito con crescente convinzione, in ogni occasione, anche per iscritto.

4. Il padre, dinanzi a ciò, si è seriamente preoccupato.

E" uno che vive del suo lavoro (spiega), non ha mai avuto niente di suo: ora ha un posto discreto, d"accordo, ma è tutt"altro che ricco, e non  più giovane - magari! Quella casa ha asciugato buona parte dei suoi risparmi, non potrà certo dargliene un"altra, come finirebbe la faccenda se il figlio mettesse davvero in pratica i suoi propositi "generosi", di che cosa vivrebbe e dove alloggerebbe in avvenire quel povero ragazzo?

5. La docente (la mia amica) ascolta attentamente il racconto dell"uomo - e indovina per suo conto varie cose.

Si capisce che questo padre (un uomo alto,  capelli chiari, occhi azzurri sbiaditi, aria tesa e malinconica, cadenza napoletana, mai un sorriso o un momento di relax nella conversazione) tiene moltissimo al figlio. E" legato alla nuova compagna, certo, ma il centro della sua vita non è quello. Diffida di tutto e di tutti, incalza a bassa voce l"interlocutrice, fra un silenzio e l"altro.

Sente che deve decidersi e non sa come e quando cominciare.  Forse ha dei sensi di colpa per aver lasciato il figlio, ora maggiorenne,  a vivere con la madre. E" smarrito e cupo allo stesso tempo, perso in una specie di rovello: lo sguardo fisso, sempre accigliato, il pensiero costantemente altrove.

6. La madre? Nessuno l"ha vista, a quanto pare, non la mia amica comunque - neanche in foto (nell"album di foto e ritagli con cui il padre gira, lei non c"è mai).

Si intuisce che è una donna possessiva, una che detesta e insieme teme l"ex marito. Ha stabilito col figlio - verosimilmente - un rapporto simbiotico, totalitario, profondo e semi-claustrale; esercita su quest"ultimo un forte potere, ha fatto del rapporto col ragazzo la propria ragione di vita (ancor più di quanto ciò non succeda di solito), paventa qualsiasi novità che dall"esterno potrebbe minacciare l"ordine costituito.

7. Il padre – è sempre la mia amica a raccontare - prosegue la sua cronaca tormentata.

Dopo aver appreso dei propositi "dilapidatori" del figlio, si è informato in giro: è possibile fare qualcosa, sotto il profilo del diritto, per scongiurare ogni possibilità di donazione e sperpero di quella casa, da parte del figlio?

Se si continua così, quali sono i rischi, cosa potrebbe succedere? A quanto è emerso, ci sono varie vie d"uscita.

8. E" possibile anzitutto - gli hanno spiegato – rivolgersi al Tribunale affinché il figlio venga interdetto (dopo di che, vendere o regalare una casa diverrebbe praticamente impossibile).

Trattandosi di un giovane "bipolare", con filamenti di schizofrenia, con forti e ricorrenti cadute depressive (tale la condizione del figlio), la cosa non sarebbe troppo difficile. E tuttavia è una soluzione, ecco il punto, che il padre vorrebbe evitare. Non ne sa molto tecnicamente, ha l"idea  trattarsi però di una risposta pesante, mortificante, qualcosa che il figlio vivrebbe con grave imbarazzo.

9. E" anche possibile però - hanno aggiunto  gli esperti – chiedere per il figlio un"altra cosa, ossia puntare sull"amministrazione di sostegno.

Si tratta di una misura più blanda, più soffice (è stata la spiegazione), da poco entrata nel sistema italiano: protegge efficacemente, ma non calpesta i diritti delle persone. Il figlio potrebbe accettare una soluzione del genere, viverla senza traumi? Chissà!

Aggiunge (il padre) di aver  chiesto lumi ulteriori, in proposito, alla psichiatra che ha in cura il figlio, nonché al giudice tutelare della città. Entrambi lo hanno rassicurato.

10. A quel punto il padre ha deciso di parlarne col figlio. E" andato a trovarlo a casa, gli ha spiegato la situazione, gli ha esposto il suoi progetti.

Il figlio, ecco il problema, ha reagito con preoccupazione, con diffidenza. Perché cambiare le cose? Il padre ha avuto l"impressione, la conferma anzi,  di una forte influenza - sul ragazzo - della voce e dei consigli della madre, dell"ex moglie cioè (frustrata magari dal fatto di non aver poter fare anche lei, al figlio, un regalo immobiliare così importante), dietro quelle reazioni.

Già quando il padre aveva palesato i suoi dubbi circa i propositi liberali-filantropici-terzomondisti del figlio, un anno prima, l"ex moglie era sembrata volersi schierare integralmente, almeno a parole, dalla parte del figlio: viva la libertà di fare quello che si vuole!

11. Aggiunge, sempre alla mia amica giurista,  il padre: "Non sono sereno, voi ed altri (so che siete un"esperta) dite che l"amministrazione di sostegno è una soluzione blanda, indolore, ma sarà davvero così? Introdurranno in realtà – se no a che cosa servirebbe - qualche vincolo ai diritti o ai poteri di mio figlio? Diranno che non può più essere lui a gestire la casa? E l"amministratore di sostegno chi sarebbe nominato in concreto? Potrei anche essere io, suo padre, che in fondo sono quello che gli ha regalato la casa, sarebbe logico… e, in tal caso, chissà la mia ex-moglie cosa farebbe però! Si opporrebbe con tutte le sue forze, io credo, scatenerebbe l"inferno. Potrebbe essere scelta lei stessa come amministratore? Improbabile mi pare: il giudice saprebbe bene che questa madre, pur di non perdere l"affetto del figlio, sarebbe pronta  poi ad assecondarlo in ogni passaggio decisorio, ha sempre detto e fatto così … E allora, come muoversi in definitiva?".

La mia amica lo conforta, lo rincuora saggiamente: l"istituto è buono – sottolinea - qualcosa bisogna pur fare, una qualche soluzione tecnica si troverà.

12. La conversazione col padre si avvia alla conclusione.

Il consiglio finale della docente è di tornare quanto prima dal giudice tutelare (un uomo burbero, ma attento e gentile, lei lo conosce bene, di grande esperienza) e riparlare della vicenda in tutti i dettagli. E decidere insieme.

Il padre dice che farà così, ringrazia, saluta, se ne va.

13. Da quel momento in avanti, il racconto della mia amica docente proseguirà (non sulla base di un riscontro immediato delle cose, ma) per sentito dire.

Non rivedrà più il padre lei, non direttamente. "Ciò che so di quanto  è accaduto in seguito - mi dice – l"ho appreso da altre fonti. Da una telefonata del padre stesso, dalla lettura del giornale, da  scambi miei col giudice tutelare".

14. In sintesi ecco che cosa avviene.

Il padre va a parlare il giorno dopo con il giudice tutelare: questi prende atto, pondera, approva ciò che sente, informa sulla procedura. Fisserà una sorta di udienza conoscitiva per i giorni successivi: lo scopo è quello di vedere anzitutto il giovane, conoscerlo, ascoltarlo,  entrare  poi in contatto con i medici, coi servizi, completare una rapida istruttoria.

Si farà quel che è meglio.

15. Il padre va a quel punto a trovare il figlio: garantisce - protettivamente, cautamente -  che ci penserà lui stesso ad accompagnare il figlio dal giudice, per il giorno previsto, che lo sosterrà e lo difenderà ad ogni istante. Spiega  trattarsi  di una brava persona, di un magistrato serio e comprensivo, conferma che ci si può fidare, che in generale sarà  meglio così: una guida ci vuole, prima o poi sarebbero i servizi a richiederla, in Tribunale non avverrà niente di forzato o di sgradevole. L"ha detto anche la docente giurista.

Assicura che ogni passaggio sarà gestito e concordato, insieme, pacatamente, da tutti quanti i protagonisti.  Il figlio sembra d"accordo.

Probabilmente (chi lo sa?) ne parla subito con la madre. Verosimilmente quest"ultima dice la sua al riguardo.

16. Due giorni dopo, ossia due giorni prima della data stabilita dal giudice tutelare per l"incontro in tribunale, la mia amica apprende - da una telefonata, che le farà il padre stesso (sarà l"ultima chiamata) - che quella mattina il figlio si è buttato giù dalla finestra ed è morto sul colpo. Non ha lasciato alcun biglietto.

La mia amica ne parla immediatamente col giudice tutelare. Il giornale locale pubblicherà un breve trafiletto, evasivo e prudente. La mia amica sceglie di non andare al funerale.

Per due anni e oltre non succede più niente.

17. Da ultimo (ecco perché lei ha pensato di cercarmi) è arrivata alla mia amica una raccomandata di un avvocato, nominato d"ufficio da un Tribunale – luogo sempre del Sud, ma diverso dalla città in cui i tragici fatti si  erano svolti.

A quanto pare, sia la mia amica sia il giudice tutelare sono stati denunciati ufficialmente, figurano indagati per "omicidio colposo": col loro comportamento, col loro sprone ad andare verso la soluzione dell"AdS, avrebbero provocato il suicidio del ragazzo.

Ecco il perché (è coinvolto formalmente un giudice) dell"altra città come sede dell"inchiesta.

18. Verrà fuori ben presto che è stato il padre, con un"accusa specifica (risalente  in effetti a più di un anno fa), ad aver messo in moto il tutto. Il giudice competente aveva subito disposto per l"archiviazione; il padre si è opposto però, un po" flebilmente e sgangheratamente - ecco il perché dell"udienza fra un mese, il perché della nomina dell"avvocato d"ufficio.

La mia amica, che non è una penalista, mi chiede se ha qualche ragione per allarmarsi.

19. Le ho detto che non succederà nulla. Non sono un esperto, ma tutto verrà sicuramente archiviato. Sia per l"uno che l"altro degli "indagati". E" fin troppo evidente che nessuno dei due ha fatto niente.

Mi domando se non sarà opportuno consigliarle di far luogo semmai, subito dopo, a una denuncia per calunnia, o per diffamazione a carico del padre. Magari con richiesta di risarcimento.

Meglio dimenticare, meglio ammonire e difendersi, meglio comprendere, meglio far finta di niente? Ciò che mi domando è cosa possa essere successo in concreto, dietro le quinte – allora, ultimamente.

20. Il padre dunque.

Mangiato vivo dai sensi di colpa, deve aver passato gli ultimi tre anni a contorcersi: "Se non avessi preso nessuna iniziativa, non sarebbe successo nulla! La  donazione ai bambini del Bangla Desh si sarebbe potuta impugnare comunque, se fosse stata davvero fatta, anche al di là dell"AdS o di altro; meno facilmente magari, però comunque. Dovevo far prevalere su tutto il timore di qualche gesto sconsiderato. Dovevo starmene zitto; sono stato io col mio attivismo che l"ho ucciso".

Ad un certo punto – ecco cosa immagino - questo padre si è stufato di incolparsi, di condannarsi. Non si può vivere sempre così. Un po" di tempo sì, due anni magari, poi basta. Ha scelto a un dato momento di "esternalizzare" la sua colpa, vera o supposta, ha deciso di proiettarla al d fuori di sé.  Ecco allora la denuncia come fuga, ecco il contrattacco purificatorio, il suggello del passaggio di consegne: siete stati voi.

C"è da augurargli che sia almeno servita, che l"uomo sia stato meglio – psicologicamente - in avvenire. Ma avrà davvero di che rimproverarsi questo padre, ammesso che in casi simili si possa avere o non avere qualche colpa, che cosa avrei fatto io al suo posto?

21. La madre invece.

Suppongo abbia passato quei due giorni fatidici a martellare sul figlio, a fargli temere lo scenario di intrusioni terribili del diritto, a spingerlo a ribellarsi, a incitarlo a smettere di  dare ascolto al padre: "Ti vuole imbrogliare, si sarà messo d"accordo col giudice, anche quella pseudo-giurista dev"essere in combutta con lui, sono tutti complici, questo amministratore di sostegno (o come si chiama) sarà uno che vuole impedirti di fare quello che vuoi, che noi due vogliamo, si sono alleati fra di loro per dividerci, cercano di allontanarti da me, probabile anche che pensino di portarti via materialmente da questa casa, di rinchiuderti da qualche parte, martedì non gli apriamo neanche la porta, cosa dici, non ti lascio andare da nessuna parte io, da nessun giudice, non avere paura, c"è qui la tua mamma …".

22. Sarà andata davvero così? Non è improbabile. Il diritto potrebbe, in tal caso, fare qualcosa? Ne dubito molto. E allora?

Verrà fatta giustizia in un"altra vita ….e se un"altra vita, come alcuni pensano, non ci fosse? E se la madre fosse anche lei, per certi  versi (trovarsi con un figlio schizofrenico!), una vittima del destino? Magari una donna "segnata" mentalmente al punto da non poter essere rimproverata di nulla.

Ma ha senso poi un discorso del genere? Non siamo fra quelli che pensano che, matti o non matti, bisogna comunque pagare per il male che si è fatto - non siamo fra quelli che ritengono il nostro codice penale su questo punto invecchiato (nella sua apparente misericordiosità) e alquanto cieco nella sostanza (i matti non sarebbero vere persone!), razzista?

E se la punizione fosse comunque quella di sapere e ricordare, esattamente, da parte della madre, quel che è successo in quei giorni, di conoscere bene il vero anzi "la" vera colpevole di tutto; di saperlo e di portarsi dentro il cuore da tre anni questo segreto, e di veder magari riapparire il viso del figlio, ogni tanto,  sul cuscino al suo fianco, pronto a dirle con sconsolata dolcezza: "Mamma, perché mi hai spaventato tanto quella volta?" ".



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