Legislazione e Giurisprudenza, Impresa, società, fallimento -  Redazione P&D - 2014-09-01

USUFRUTTO DI QUOTE DI SOCIETÀ DI PERSONE - Trib. Trento 6/9/96 – N. TACENTE

IL PROVVEDIMENTO
TRIBUNALE TRENTO, 6 settembre 1996. – Decreto Giudice del Registro
Il Giudice del registro ( omissis )…A parere di questo giudice, la costituzione di un diritto di usufrutto su quote di società di persone deve ritenersi inammissibile. Infatti, come correttamente rilevato dal Conservatore del registro delle imprese nel provvedimento di rifiuto di iscrizione oggetto del presente ricorso, «il diritto di usufrutto è un diritto reale limitato, caratterizzato dal requisito di tipicità ed avente ad oggetto, come tale, ogni bene patrimoniale materiale ed immateriale che possa formare oggetto del diritto di proprietà». Tra tali beni non possono ricomprendersi le quote sociali di società di persone, afferendo le stesse a posizioni contrattuali complesse, non rappresentate da alcun titolo ( come invece avviene per le società di capitali ) e concernendo posizioni giuridiche non suscettibili di qualificazione nell"ambito della nozione giuridica della proprietà. Pur nella consapevolezza della esistenza di orientamenti dottrinali autorevoli in favore della ipotizzabilità della costituzione di diritti reali limitati su quote di società di persone, appare significativa, al fine di sostenere la tesi opposta, la circostanza che lo stesso legislatore prevede espressamente, all"art. 2352 c.c., la possibilità di costituire diritti reali di usufrutto soltanto con riferimento alle azioni di spa che, per di più, sono materialmente rappresentate da un titolo cartaceo ( più agevolmente qualificabile nell"ambito giuridico del bene mobile). Si ritiene che tale previsione, per la sua specificità ed eccezionalità, non possa essere applicata analogicamente alle quote di società di persone, oltre che per le ragioni sopra esposte, alla luce  del silenzio del legislatore, il quale ubi voluit dixit, ubi colui tacuit. (omissis)….
LA MASSIMA
Società – Società di persone – Quota – Costituzione di usufrutto –Inammissibilità
( artt. 812,2352 c.c.)

E"inammissibile la costituzione del diritto di usufrutto su quote di società di persone, dal momento che queste afferiscono a posizioni contrattuali ed a posizioni giuridiche non riconducibili ai beni patrimoniali materiali ed immateriali che possono formare oggetto del diritto di proprietà.Significativa, in questo senso, è la mancanza di un titolo cartaceo e la previsione della possibilità della costituzione di usufrutto solo in materia di società per azioni, previsione specifica ed eccezionale e, quindi, non estensibile analogicamente ad altri tipi di società.



IL PROVVEDIMENTO
TRIBUNALE TRENTO, 14 gennaio 1997. – Decreto: riforma del Tribunale di Trento, Giudice del registro delle imprese del 6 settembre 1996.


LA MASSIMA
Società – Società di persone – Quota – Costituzione di usufrutto – Ammissibilità.
(artt. 812, 2352 c.c.)
Non vi sono ragioni di ordine sistematico assolutamente ostative alla ammissibilità della costituzione di un diritto di usufrutto su quote di società di persone , dal momento che queste, a prescindere dalla esistenza o meno di un titolo di natura cartolare, possono formare oggetto di un diritto di proprietà.



IL COMMENTO

Sommario: 1- La vicenda: usufrutto su quota di società di persone  2- Disciplina applicabile  3- Pegno su quota di società di persone  4- Conclusioni

di Nicola Tacente
1.La vicenda: usufrutto su quota di società di persone
1.La vicenda trae origine da un rifiuto del Conservatore del registro delle imprese di Trento, il quale nega l"iscrizione  di un atto di costituzione di usufrutto su una quota di società di persone. Ai sensi dell"art. 2189 c.2 c.c., prima di procedere all"iscrizione, l"ufficio del registro deve accertare, oltre alla autenticità della sottoscrizione dell"atto, il concorso delle condizioni richieste dalla legge per l"iscrizione dell"atto. La società, pertanto, ha proposto ricorso al Giudice del Registro di Trento. Quest"ultimo si è pronunciato per  la inamissibilità della costituzione del diritto di usufrutto su quote di società di persone avvallando la decisione del Conservatore.Contro il decreto emesso dal Giudice del Registro, la società, ai sensi dell"art. 2192 c.c., ha proposto ricorso al Tribunale di Trento, il quale, invece, si è pronunciato favorevolmente sulla questione.E" interessante mostrare l"avvicendarsi di due provvedimenti giudiziali che, a distanza di poco tempo, enunciano due principi di diritto diametralmente opposti. Come è noto, il diritto di usufrutto è un diritto reale parziario di godimento su cosa altrui, che permette al titolare di godere della cosa e di percepire i frutti che la stessa produce, salva rerum substantia, cioè senza alterare la destinazione economica del bene. L"usufrutto di azioni e di quote di s.r.l. è espressamente disciplinato dal legislatore (artt. 2352 e 2471 bis c.c.), mentre nelle società di persone manca una disciplina specifica, per cui è discusso se la quota sociale possa formare oggetto di usufrutto.Secondo parte della dottrina (si veda: VENEZIAN, Dell"usufrutto,dell"uso,dell"abitazione, Napoli-Torino,1936,II,454)  e della giurisprudenza di merito, la costituzione di usufrutto su quota sociale non sarebbe ammissibile, in quanto la partecipazione sociale non è suscettibile di possesso. In contrario, si è osservato che l"elemento materiale del possesso, il corpus, solo normalmente è fisico ed inteso nel senso di un rapporto di dominazione sulla cosa; mentre nel caso di quota sociale esso si risolve nell"utilizzazione concreta ed economica della cosa, sia essa materiale o immateriale ( si veda: GHIDINI, Società personali, Padova, 1972, 671).Secondo la dottrina prevalente (GHIDINI, Società personali, cit.,671; BUONOCORE-CASTELLANO-COSTI, Società di persone (casi e materiali), Milano, 1978, 486; GRAZIANI, Diritto delle società, Napoli, 1963, 111; RIVOLTA, La partecipazione sociale, Milano, 1964, 352; PAVONE LA ROSA, Usufrutto nelle quote sociali nella società in nome collettivo, in Annali Sem. giur. Univ. Catania (1947-1948), Napoli, 1948, 332; ASQUINI, Usufrutto di quote sociali e di azioni, in Rivista di Dir.Comm., 1947, I, 12) e la giurisprudenza ( Trib. Trento 14 gennaio 1997, in Società, 1997, 8, 925 con nota di Pagliani.; in Giur.Comm, 1999, II, 188 con nota di Pescatore), una volta ritenuto che sia possibile il trasferimento ad un terzo dell"intera quota sociale, deve ritenersi possibile anche il trasferimento avente un contenuto più ridotto. La quota sociale, infatti, è un bene mobile immateriale ai sensi dell"art. 812 c.c., e pertanto è suscettibile di essere oggetto tanto del diritto di proprietà, quanto di diritti reali minori.Il decreto del 1996, emesso dal Giudice del Registro del Tribunale di Trento, esclude la possibilità di costituire un diritto di usufrutto su una quota di società di persone per i seguenti motivi:a) – la natura giuridica della quota di società di persone  è riconducibile ad una complessa posizione contrattuale insuscettibile come tale di formare oggetto di diritto reale parziario;b) – la quota di società di persone non è rappresentata da titolo cartaceo pertanto è insuscettibile di possesso;c) – l"intuitus personae e la responsabilità illimitata patrimoniale dei soci sono caratteristiche incompatibili con la possibilità di costituzione e cessione di diritti reali di usufrutto; d) – la possibilità di costituire il diritto di usufrutto su una partecipazione sociale è previsto solo in tema di Spa (art. 2352 c.c.) e Srl ( art.2471 bis c.c.).Il Tribunale adito si è espresso dopo pochi mesi (decreto del 14 gennaio 1997) pronunciandosi per la ammissibilità della costituzione del diritto di usufrutto su quote di società di persone sulla base delle seguenti argomentazioni:a) – la quota di società di persone è una res immaterialis cioè un bene mobile immateriale suscettibile di formare oggetto di qualunque diritto reale anche in assenza di una norma espressa;b) – la mancanza di cartolarità non impedisce di qualificare la quota come bene e quindi di costituire l"oggetto del diritto reale in questione.Come si può notare, le conclusioni cui giungono il Giudice del Registro ed il Tribunale partono da una  concezione diversa  della natura giuridica che si attribuisce alle quote di società di persone.La dottrina e la giurisprudenza (tra le numerose tesi formulate, in questa sede si può ricordare l"orientamento che riconduce il complesso dei diritti spettanti al socio di una società di persone nell"alveo dei diritti reali, ritenendo il socio contitolare del patrimonio sociale: cfr. GRECO, Le società nel sistema legislativo italiano. Lineamenti generali, Torino, 1959, 107 ss. Secondo un"altra tesi, la partecipazione sociale avrebbe il carattere del diritto di credito ed il ruolo di debitore del socio è rivestito dalla società: cfr. STOLFI, Una questione sull"art. 670 cod. proc. civ., in Banca, borsa, tit. cred., 1954, I, 845; Cass. 28 febbraio 1964, n. 454, in Giust. civ., 1964, I, 754. In senso contrario, va osservato che la quota rappresenta un complesso di diritti sociali (diritto di intervento in assemblea, diritto di voto, diritto di impugnare le delibere assembleari, etc..) e sarebbe riduttivo, pertanto, qualificarla come diritto di credito: cfr. Cass., 27 gennaio 1984, in Giur. comm., 1984, II, 520; Cass., 18 febbraio 1985, n. 1355, in Società, 1985, 950; inoltre, essa può comprendere anche la titolarità di debiti: cfr. SANTINI, Natura e vicende della quota di società a responsabilità limitata, in Riv. dir. civ., 1962, I, 25, nt. 12; cfr. anche PASTERIS, Premesse a una indagine sulla natura giuridica dei diritti patrimoniali del socio nella società, in Riv. dir. comm., 1958, I, 196, che qualifica la quota sociale come "diritto di partecipazione", ossia come un tertium genus che non presenta né le caratteristiche del diritto reale né quelle del diritto di credito) hanno elaborato varie tesi circa la natura giuridica della quota di società di persone :a) – la quota è un diritto di credito nei confronti della società (questa tesi non tiene conto della serie di diritti amministrativi che essa racchiude);b) – la quota è un diritto reale di proprietà che esprime la posizione del socio come contitolare del patrimonio sociale ( tale tesi non considera lo status che con essa si acquisisce; inoltre la società di persone è un ente dotato di soggettività giuridica così come sottolineato dall"artt. 2266,2659 e 2839 c.c. e pertanto non sono i soci ad essere contitolari del patrimonio sociale ma è la società ad essere proprietaria dei beni e dei diritti conferiti dai soci stessi ); c) - la quota è una posizione contrattuale: secondo tale tesi alla cessione di quota è applicabile la disciplina della cessione del contratto (art. 1406 e ss. c.c.);d) – la tesi attualmente prevalente è quella che ravvisa nella quota di società di persone un bene mobile immateriale; più precisamente è un bene mobile non iscritto in un pubblico registro.  Dunque, anche la giurisprudenza ha manifestato posizioni contrastanti sulla natura giuridica della quota e sulla sua idoneità a formare oggetto di diritti. In base ad un primo orientamento, la quota non costituisce un bene a sé stante, idoneo a formare oggetto di diritti; essa, pertanto, non sarebbe suscettibile di possesso, proprietà o altri diritti reali ( si veda Cass. 3 novembre 1989, n. 4063, in Giur. It., 1990, I, 937). Secondo l"orientamento più recente, invece, la quota di società di persone può formare oggetto di diritti ai sensi dell"art. 810 c.c., e rientrerebbe nella categoria residuale dei beni mobili immateriali di cui all"art. 812, c. 3, c.c. ( Cass. 30 gennaio 1997, n. 934, in Giur. Comm., 1998, II, 23, con nota di G.M. BANNA    ). Si può, in definitiva, osservare che, così come la quota sociale è alienabile, allo stesso modo essa può formare oggetto di atti di disposizione "minori", quali la costituzione di diritti reali minori, in quanto la partecipazione in società di persone è considerata res mobile . Recentemente, la Cassazione ha ribadito che "le quote sociali, sia delle società di capitali che delle società di persone, costituiscono posizioni contrattuali obiettivate, suscettibili, come tali, di essere negoziate in quanto dotate di un autonomo valore di scambio che consente di qualificarle come beni giuridici" ( Cass., 7 novembre 2002, n. 15605, in Vita not., 2003, 943 ) .Dunque, la quota sociale di società di persone costituisce la misura della partecipazione del socio alla società; la mancata incorporazione in un titolo di credito è solo la conseguenza di una natura più personale del tipo di società, in virtù della quale il legislatore ha ritenuto di rendere meno libera la circolazione delle quote. L"eventuale certificato di quota rilasciato dalla società è un documento e non un titolo; è un mezzo di prova della titolarità dei rapporti sociali, non uno strumento per la loro circolazione.

2.Disciplina applicabile
2. Per la costituzione del diritto di usufrutto, una volta sancita la sua ammissibilità, si ritiene applicabile , salvo deroghe pattizie, l"art. 2252 c.c., che richiede comunque il consenso di tutti i soci. Occorre, a questo punto, domandarsi quali diritti spettino all"usufruttuario, in quanto bisogna valutare come si concilia la previsione dell"art. 981 c.c. con l"interesse degli altri soci a non vedere un estraneo non socio esercitare i diritti sociali e con il principio della corrispondenza tra potere di amministrazione e rischio, ed a tal fine occorre distinguere tra diritti patrimoniali e diritti amministrativi. Le conclusioni alle quali si perverrà dipenderanno dalla qualificazione della posizione del titolare di usufrutto di partecipazione in società di persone. La dottrina discute circa la disciplina applicabile all"usufruttuario di quota non essendovi una disposizione analoga all"art. 2352 c.c. dettata in tema di Spa. Esaminiamo brevemente i temi più controversi procedendo per punti:
A) - ATTRIBUZIONE O MENO DELLA QUALIFICA DI SOCIO ALL"USUFRUTTUARIO DI QUOTA: prevale in dottrina ( GHIDINI, cit.,678; GRADASSI, Pegno, usufrutto, affitto, sequestro e pignoramento di quote di società in nome collettivo, in Contratto e Impresa 1992, 1139) e in giurisprudenza ( Trib. Biella 23 ottobre 1999, in Giur.mer.,1999, 530; Trib. Parma 7 febbraio 1998, in Dir.Fall., 1999, II, 1250) la tesi secondo cui l"usufruttuario di quota di società di persone non rivestirebbe la qualifica di socio. Ciò, non solo perché non è voluto come tale dagli altri soci, ma anche perché alla somma dei suoi poteri manca proprio quello più incisivo, relativo alle decisioni sulle modificazioni del contratto sociale; inoltre la sua posizione non si concilierebbe con il principio della corrispondenza tra potere di amministrazione e rischio, in  quanto la sua responsabilità sarebbe diversa da quella del socio. Egli è solo titolare di un diritto parziario sulla quota , che seppure gli attribuisce alcuni diritti, non lo rende un soggetto facente parte della compagine sociale . Il nudo proprietario è sicuramente socio, anche se si trova ad essere spogliato di alcuni suoi diritti (ad es. il diritto agli utili ).
B) -  RESPONSABILITA" PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALISecondo parte della dottrina (GHIDINI, cit., 679; nel senso che l"usufruttuario di quota di società in nome collettivo sarebbe responsabile illimitatamente per le obbligazioni sociali anche GRADASSI, cit., muovendo dal presupposto che all"usufruttuario debba riconoscersi la qualità di socio) , l"usufruttuario è responsabile illimitatamente delle obbligazioni sociali, ma, poiché egli non è responsabile in quanto socio, ma in quanto concorre allo svolgimento di un"impresa sollecitato da un interesse proprio, la sua responsabilità non si estenderebbe alle obbligazioni sorte prima della costituzione dell"usufrutto (inapplicabilità art. 2269 c.c.). Secondo altra parte della dottrina( GRAZIANI, cit., 114), l"usufruttuario non è responsabile illimitatamente per le obbligazioni sociali, in quanto non gli spetta il potere di amministrare la società e, quindi, la responsabilità illimitata non sarebbe giustificata, non essendovi la ratio di riequilibrare il potere di amministrazione.A causa dei contrasti in dottrina sulla posizione dell"usufruttuario in seno alla società e sui poteri amministrativi a lui attribuibili, è opportuno che il contratto sociale regolamenti espressamente la fattispecie dell"usufrutto su quota, determinando i poteri dell"usufruttuario e le modalità di esercizio degli stessi.
C)  –  POSSIBILITA" DI ATTRIBUIRE ALL"USUFRUTTUARIO DI QUOTA IL POTERE DI AMMINISTRAREAderendo alla tesi prevalente che non considera l"usufruttuario come socio, il problema si risolve affermando o meno la possibilità di nominare amministratore nelle società di persone un soggetto estraneo alla compagine sociale. Secondo una parte della dottrina (GHIDINI, cit., 418; GALGANO, Degli amministratori di società personali, Padova, 1963, 30), e la giurisprudenza meno recente ( Cass. 25 gennaio 1968, n. 218; Cass. 11 maggio 1955, n.1351; App. Trieste 28 giugno 1962; Trib. Milano 22 dicembre 1983 (quest"ultima  in tema di s.a.s.); Pret. Messina 16 agosto 1947), il potere di amministrazione , nelle società personali, può essere riconosciuto solo ai soci. A sostegno di tale teoria si afferma, in primo luogo, che, mentre per le società di capitali la legge ammette espressamente che l"amministrazione possa essere un terzo estraneo (art. 2380 c.c.), per le società di persone la legge, senza eccezioni, prevede che dell"amministrazione e della rappresentanza siano investiti soltanto i soci (artt. 2257, 2258, 2266, 2267, 2295 n.3, c.c.). In secondo luogo, si afferma che, nelle società di persone, l"amministrazione "libera" dell"impresa sociale, senza che esista un particolare sistema di organi di controllo, ha funzione riequilibratrice  della responsabilità illimitata dei soci amministratori. In altri termini, il fatto che l"amministratore risponda in prima persona, con il proprio patrimonio personale, per le obbligazioni sociali, costituisce di per sé una garanzia di corretta amministrazione.Secondo la dottrina prevalente  ( FERRI, Delle Società, in Commentario Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1968, 19, 130 e 173; CAMPOBASSO, Diritto Commerciale. 2. Diritto delle Società, Torino, 2009, 101; TASSINARI, La rappresentanza nelle società di persone, Milano, 1993, 143) e parte della giurisprudenza  ( Cass. 26 aprile 1996, n. 3887; App. Bari 15 novembre 1961; App. Bari 1 febbraio 1960 ), il potere di amministrazione nelle società personali può essere riconosciuto ad un terzo estraneo alla società , salvo che nella società in accomandita semplice (art. 2318 c.2 c.c.). Il fatto che la figura dell"amministratore estraneo non sia prevista, non significa che ciò debba essere escluso data la completa autonomia lasciata alle parti nel campo dell"amministrazione. Né la nomina di un amministratore estraneo pregiudica la posizione dei creditori sociali. Infatti questi ultimi potranno rivalersi non solo sui soci responsabili illimitatamente ma anche contro l"amministratore estraneo a titolo di responsabilità extracontrattuale, nel caso in cui il comportamento di quest"ultimo costituisca un  fatto illecito.
D) - IL CONSENSO PER LE MODIFICHE STATUTARIECi si chiede se per le modifiche dei patti sociali, da prendersi ad unanimità ex art. 2252 c.c., sia richiesto anche il consenso dell"usufruttuario di quota. La dottrina non è univoca: secondo alcuni autori, non sarebbe possibile attribuire tale diritto ad un soggetto che socio non è, quindi tale facoltà spetterebbe solo al socio – nudo proprietario; secondo altri autori, invece, occorrerebbe il consenso congiunto di usufruttuario e socio – nudo proprietario.
E) -  DIRITTI DELL"USUFRUTTUARIO IN CASO DI SCIOGLIMENTO DEL RAPPORTO SOCIALE DEL SINGOLO SOCIO E DI SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA"Esiste un"ipotesi di concorso del socio nudo proprietario e dell"usufruttuario nella riscossione e quindi nell"esercizio del diritto di credito alla liquidazione della quota.L"usufrutto si trasferirà sulla somma di denaro spettante al socio, o sui beni in natura al medesimo attribuiti ex art. 2283 c.c., ai sensi dell"art. 1000 c.2, c.c.

3. Il pegno su quota di società di persone
3. Il pegno è un diritto reale di garanzia che attribuisce al suo titolare il potere di alienare il bene che ne forma oggetto (art. 2796 c.c.) e di soddisfarsi sul ricavato della vendita con preferenza rispetto ad altri creditori (art. 2787 c.c.), oppure di ottenere l"assegnazione del bene stesso in luogo del pagamento del credito garantito (art. 2798 c.c.) . La disciplina del pegno prevede, inoltre, che se è data in pegno una cosa fruttifera, il creditore, salvo patto contrario, ha la facoltà di fare suoi i frutti, imputandoli prima alle spese e agli interessi e poi al capitale (art. 2791 c.c.). Analogamente alla costituzione del diritto di usufrutto, il legislatore non prevede espressamente la possibilità di costituire il diritto di pegno sulle quote di partecipazione in società personali; dunque, è necessario verificare, in via preliminare, se dette quote possano essere considerate beni idonei a formare oggetto di pegno ex art. 2784 c.c. La dottrina anteriore al codice del 1942 aveva escluso l"ammissibilità del pegno di quota di società di persone, proprio perché questa non rientrerebbe nella categoria dei beni mobili e universalità di mobili, né in quella dei crediti. Successivamente, come evidenziato sopra, tale orientamento si è modificato e la dottrina ha generalmente ritenuto ammissibile la costituzione di pegno di quota di società di persone.Per stabilire se sia consentita la costituzione del pegno, occorre verificare se la stessa sia compatibile con la disciplina specifica delle società di persone. La costituzione del pegno su quota di società di persone attribuisce al creditore pignoratizio il diritto di far vendere la quota sociale o di ottenerne l"assegnazione per il caso di inadempimento dell"obbligazione garantita e, se non viene diversamente disposto, di far propri gli utili e la quota di liquidazione, imputandoli prima alle spese e agli interessi e poi al capitale. Ciò comporta il trasferimento a terzi estranei alla compagine sociale di alcuni dei diritti derivanti dalla partecipazione sociale, quali il diritto agli utili e alla quota di liquidazione, e nell"attribuzione del potere di vendita coattiva della quota o di assegnazione della stessa. Quanto al primo aspetto (trasferimento del diritto agli utili e alla quota di liquidazione), si può rilevare che si tratta di diritti patrimoniali la cui cessione sembra essere ammissibile anche senza il consenso degli altri soci. Essi, infatti, sono diritti a  contenuto economico e si configurano quali crediti del socio nei confronti della società, alla quale tale cessione potrebbe eventualmente essere resa opponibile mediante la notifica di cui all"art. 1264 c.c.(GHIDINI, Società personali, Padova, 1972, 667). Quanto, invece, al secondo aspetto (potere di vendita coattiva della quota o di assegnazione della stessa), appare opportuno esaminare alcuni profili problematici. Innanzitutto, si deve tener conto di quanto previsto nell"art. 2270 c.c. Tale norma non sembra porsi in contrasto con i poteri del creditore particolare del socio che sia titolare del pegno sulla partecipazione. L"art. 2270 c.c., infatti, vieta la liquidazione anticipata della quota, salvo il caso in cui gli altri beni del socio debitore siano insufficienti a soddisfare i suoi debiti. Il pegno, invece, attribuisce al creditore la facoltà di vendere coattivamente la quota o di chiederne l"assegnazione in suo favore in luogo dell"adempimento dell"obbligazione garantita se il socio debitore è inadempiente. In tal caso, non si verifica la liquidazione della quota, bensì un cambiamento della titolarità della stessa, che resta "in vita", ma in capo a un altro soggetto. Ne deriva, quindi, che i poteri attribuiti al creditore pignoratizio non sembrano essere incompatibili con il regime della responsabilità patrimoniale previsto per le società di persone. La facoltà di vendere o di ottenere l"assegnazione della partecipazione potrebbe, invece, essere in contrasto con il regime della trasferibilità delle quote di società di persone. Il trasferimento delle quote di società personali è, infatti, una modifica dei patti sociali, che può avvenire solo con il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente. In ragione di tali considerazioni, per costituire il pegno su quota di società di persone occorre il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente nell"atto costitutivo per le modifiche dello stesso.Infine, si pone il problema della corretta ripartizione tra socio e creditore pignoratizio dell"esercizio dei diritti sociali. E" possibile che vi sia un accordo tra tutte le parti (socio debitore, creditore pignoratizio e altri soci), con il quale vengano individuati con precisione i poteri spettanti al socio e al creditore pignoratizio. Qualora, invece, la costituzione in pegno della quota sia stata stipulata solamente tra debitore e creditore, e gli altri soci si siano limitati ad esprimere il loro consenso, occorre determinare i poteri spettanti a ciascun soggetto sulla base di criteri generali. In primo luogo, la dottrina più autorevole tende ad escludere l"applicabilità analogica delle disposizioni contenute nell"art. 2352 c.c., in tema di pegno e usufrutto di azioni, per le peculiarità che caratterizzano le società di persone. In secondo luogo, occorre tener presente che i diritti amministrativi connessi alla titolarità della quota spettano al creditore pignoratizio nella misura in cui questi siano finalizzati alla conservazione del bene oggetto di pegno. Alla luce di tali considerazioni, la dottrina ha elaborato la seguente ricostruzione: a) spetta al creditore pignoratizio il diritto agli utili sociali, in applicazione del principio per il quale se è data in pegno una cosa fruttifera, il creditore, salvo patto contrario, ha la facoltà di fare suoi i frutti, imputandoli prima alle spese e agli interessi, poi al capitale ex art. 2791 c.c. ( ANGELICI, Usufrutto di quote della società in accomandita semplice, in Studi e materiali, Milano, 1995, 274; F. GRADASSI, Pegno, usufrutto, affitto, sequestro e pignoramento di quote di società in nome collettivo, in Contr. e impresa, 1992, 1135   ); b) per quanto riguarda, invece, il diritto alla quota di liquidazione, sembra prevalente l'opinione che ne richiede l'esercizio congiunto da parte del proprietario e del creditore pignoratizio, eventualmente poi trasferendosi il diritto di pegno sulla somma così ricavata; c) l'obbligo di conferimento, anche in sede di aumento del capitale, grava sul socio, in quanto esso non rientra nel potere di gestione della quota a scopo conservativo; d) la questione più controversa riguarda il diritto di voto e, soprattutto, il potere di amministrare. Conformemente al principio secondo il quale i diritti amministrativi si trasmettono al creditore pignoratizio nella misura in cui questi siano finalizzati alla conservazione del bene oggetto di pegno, deve ritenersi che l"amministrazione societaria spetti al debitore - socio, mentre al creditore pignoratizio competono la facoltà di partecipare ad alcuni atti di amministrazione potenzialmente pregiudizievoli della propria garanzia, il diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i documenti relativi all"amministrazione. Il diritto di ottenere il rendiconto, invece, compete disgiuntamente al creditore e al socio ex art. 2261 c.c. (in tal senso F. GRADASSI, Pegno, cit., 1134). L"attribuzione al creditore pignoratizio del potere di amministrare pone, tuttavia, il problema di stabilire le conseguenze di tale potere sotto il profilo della responsabilità per i debiti sociali del creditore pignoratizio, in particolare nell"ipotesi di fallimento della società. Premesso che su tale questioni non esiste una soluzione univoca (sul punto, v. P. PISCITELLO, Circolazione delle quote e riforma delle società di persone, in Riv. Soc., 2001, 788), resta ferma l"opportunità di riconoscere tali diritti al creditore pignoratizio, eventualmente individuando, nei patti sociali, i casi nei quali il voto e l"amministrazione spettino al socio debitore  ; e) il recesso, poiché non rientra nel potere di conservazione della quota, compete al socio; f) al creditore pignoratizio non si applica il divieto di concorrenza, né la disciplina del fallimento, in quanto non è socio .

4. Conclusioni
4. Il Decreto del Tribunale di Trento del 1997 è un pronunciato fondamentale perché segna la fine delle controversie circa la ammissibilità o meno della costituzione del diritto di usufrutto su quote di società di persone: le successive pronunce giurisprudenziali sono conformi ad essa.L"usufrutto di quote nelle società personali è ammissibile, ma nella realtà commerciale è difficile che si verifichi: da un lato i soci non vorranno l"intrusione di un non socio nella gestione della società , dall"altro il socio nudo proprietario, che garantisce verso i terzi con l"intero suo patrimonio per le obbligazioni sociali ed ha verso la società particolari obblighi di non concorrenza, non sarà disposto a lasciare all"usufruttuario i poteri di gestione relativi alla quota. Nel caso in cui ciò dovesse verificarsi, assumerà particolare importanza l"obbligo dell"usufruttuario di prestare idonea garanzia ( art. 1002 c.c.). La costituzione di usufrutto su quota di società di persone può essere, invece, frequentemente utilizzata dal socio anziano che designa quale "successore" nella gestione dell"impresa, un figlio in particolare. In tal caso, il socio donerà la nuda proprietà della quota al figlio riservandosi l"usufrutto (art. 796 c.c.); pertanto il socio anziano sarà socio fino alla sua morte dopo di che, per il principio dell"elasticità della proprietà, il figlio nudo proprietario diverrà pieno proprietario e potrà esercitare pienamente i diritti sociali amministrativi e patrimoniali.La costituzione di pegno su quote di società di persone è, invece, un fenomeno molto utilizzato nella realtà commerciale. Il creditore pignoratizio, nella maggior parte delle volte, preferisce vendere la partecipazione e non farsela assegnare in modo tale da non divenire mai responsabile delle obbligazioni sociali contratte precedentemente dalla società.

PER APPROFONDIRE:ANGELICI, Usufrutto di quote della società in accomandita semplice, in Studi e materiali, Milano, 1995, 274;ASQUINI, Usufrutto di quote sociali e di azioni, in Rivista di Dir.Comm., 1947, I, 12;BUONOCORE-CASTELLANO-COSTI, Società di persone (casi e materiali), Milano, 1978, 486; CAMPOBASSO, Diritto Commerciale. 2. Diritto delle Società, Torino, 2009, 101;FERRI, Delle Società, in Commentario Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1968, 19, 130 e 173;GALGANO, Degli amministratori di società personali, Padova, 1963, 30;GHIDINI, Società personali, Padova, 1972, 671;GRADASSI, Pegno, usufrutto, affitto, sequestro e pignoramento di quote di società in nome collettivo, in Contratto e Impresa 1992, 1139;GRAZIANI, Diritto delle società, Napoli, 1963, 111;GRECO, Le società nel sistema legislativo italiano. Lineamenti generali, Torino, 1959, 107 ss. ;PASTERIS, Premesse a una indagine sulla natura giuridica dei diritti patrimoniali del socio nella società, in Riv. dir. comm., 1958, I, 196;PAVONE LA ROSA, Usufrutto nelle quote sociali nella società in nome collettivo, in Annali Sem. giur. Univ. Catania (1947-1948), Napoli, 1948, 332;PISCITELLO, Circolazione delle quote e riforma delle società di persone, in Riv. Soc., 2001, 788;RIVOLTA, La partecipazione sociale, Milano, 1964, 352;STOLFI, Una questione sull"art. 670 cod. proc. civ., in Banca, borsa, tit. cred., 1954, I, 845;TASSINARI, La rappresentanza nelle società di persone, Milano, 1993, 143;VENEZIAN, Dell"usufrutto,dell"uso,dell"abitazione, Napoli-Torino,1936,II,454.



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