Legislazione e Giurisprudenza, Colpevolezza imputabilità -  Rozza Gianluca - 2014-08-19

VERITA DEI FATTI E DIRITTO DI CRONACA – Cass. 17082/2014 – Gianluca ROZZA

Con la sentenza n. 17082/2014, la Corte di Cassazione ha avuto modo di affrontare il tema della diffamazione a mezzo stampa.

Nella fattispecie in esame una società editrice ed il suo direttore responsabile venivano citati in giudizio per avere pubblicato un articolo nel quale l'attore veniva accostato in maniera erronea allo scandalo legato al c.d. lotto truccato, venendo indicato implicitamente come colpevole invece che come semplice indagato.

Il Tribunale di Roma accoglieva la domanda dell'attore e condannava i convenuti al pagamento di un risarcimento di €30.000,00.

I convenuti proponevano appello dinanzi alla Corte d'appello di Roma, la quale respingeva l'impugnazione e confermava la sentenza di primo grado.

Contro la sentenza della Corte d'appello di Roma la società editrice ed il direttore responsabile del quotidiano articolavano quattro motivi a sostegno del ricorso alla Corte di cassazione.

Con il primo motivo veniva dedotta la violazione degli artt. 21 Cost., 595 e 51 c.p., per avere la Corte di merito ritenuto non vera la notizia, relativamente alla perquisizione domiciliare, e per aver rinvenuto il carattere diffamatorio della stessa sul presupposto che la perquisizione fosse una misura restrittiva reale o personale, stante la diversità tra le previsioni normative.

Con il terzo motivo, strettamente connesso al primo, veniva dedotta invece la contraddittorietà della motivazione, per avere la Corte di merito ritenuto il carattere diffamatorio dell'articolo, sul falso presupposto che le perquisizioni domiciliari siano misure restrittive reali o personali.

Per censurare la sentenza il ricorrente sfruttava l'ambiguità delle argomentazioni della Corte d'appello per dedurre una presunta confusione tra l'istituto della perquisizione domiciliare e le misure cautelari (personali e reali).

La Corte di cassazione respingeva entrambi i motivi, motivando come risulti pacifico che le perquisizioni domiciliari riferite dal quotidiano non vi siano state, evidenziando in questo modo la mancanza di verità individuata e argomentata dalla Corte d'appello. In conseguenza di ciò, è corretto desumere anche l'assenza della scriminante del diritto di cronaca, considerato che la stessa muove da un presupposto (le circostanze processuali) non vere, oltre che pregiudizievoli per la dignità e per l'onore.

La Suprema Corte ritiene che la Corte d'appello non abbia confuso i due istituti processuali richiamati, bensì abbia sviluppato un parallelismo tra l'istituto delle perquisizioni domiciliari e quello delle misure cautelari (personali e reali), per concludere come entrambe possano determinare una "macchia" per la reputazione, non scriminata dall'interesse pubblico alla conoscenza della notizia, anche se riferita ad un soggetto sottoposto ad indagini.

Con il secondo motivo i ricorrenti contestavano che la Corte d'appello avesse attribuito valenza determinante alla circostanza (non vera) della perquisizione domiciliare, mentre il fulcro della notizia era rappresentata dalle indagini e dai sequestri (effettivamente verificatisi) relativi allo scandalo del c.d. lotto truccato.

I ricorrenti quindi pongono l'attenzione sul carattere non essenziale della mancanza di verità sulla perquisizione domiciliare, rilevando come sia sufficiente il rispetto del nucleo essenziale della notizia per beneficiare della scriminante relativa al diritto di cronaca. Tale nucleo essenziale sarebbe stato rispettato, avendo il giornalista riferito la notizia vera dei sequestri subiti,oltre che delle indagini in corso.

Anche su questo punto la Corte di cassazione appoggia l'orientamento manifestato dalla Corte d'appello di Roma, la quale rileva la genericità dei riferimenti formulati nell'articolo in questione, che rendono impossibile alla stessa qualsiasi verifica sulla decisività della censura.

Con il quarto e ultimo motivo i ricorrenti evidenziavano come, contrariamente al giudizio della Corte di merito, l'articolo in esame parlasse di "indagati", senza dar luogo ad alcuna affermazione esplicita di colpevolezza.

A prescindere dalla terminologia usata, nel caso di specie le espressioni e i toni utilizzati suggerivano nel lettore medio la convinzione dell'accertamento della colpevolezza, di fatto vanificando l'utilizzo del termine "indagati". Per questo motivo la Suprema Corte respingeva anche l'ultimo motivo sviluppato dai ricorrenti con il proprio ricorso.

In conclusione, pur non ravvisando nella pronuncia in esame elementi particolarmente distintivi e significativi, la sentenza n. 17082/2014 della Corte di cassazione offre un quadro molto interessante dell'attuale orientamento giurisprudenziale sul tema della diffamazione a mezzo stampa, consentendo di far chiarezza sui limiti connessi al diritto di cronaca.



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