Articoli, saggi, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2014-12-26

VERSO UNA SOCIETA' DELLA PAURA? SE LA FONTE DEL DANNO E' UN CANE - Cass. pen. 53138/2014 - Annalisa GASPARRE

Non si tratta certamente di una vicenda originale quella di cui si è occupata la Cassazione che ha confermato la condanna penale per la donna proprietaria di un cane che ha morso un ciclista.

Il tenore della sentenza di legittimità non consente un'analisi puntuale della vicenda per cui si ha un quadro parziale che fa sorgere alcuni interrogativi, non solo fattuali ma anche giuridici.

Si legge in sentenza che giorno dopo giorno un ciclista passava nei pressi del giardino dove era tenuto un cane, di proprietà dell'imputata. Secondo l'opinione dell'uomo il cane era aggressivo, tant'è che lui ne era spaventato (ma continuava a seguire quell'itinerario). Pertanto, a giudizio della vittima il cane aveva un atteggiamento aggressivo (era, dunque, una fonte di pericolo) ma alcuna certificazione o riscontro esterno veniva fornito in proposito; tuttavia, i giudici ne assorbono la valutazione senza indugio. In fondo, si trattava di giudicare la responsabilità per lesioni colpose (che c'erano)... ma anche del nesso di causalità tra l'omissione addebitata alla proprietaria del cane...

Risultava che il cane si trovava nel giardino della donna che tuttavia veniva condannata anche per omessa custodia (adeguata) del cane (oggi violazione amministrativa), nonchè per le lesioni riportate dalla vittima, queste sì certificate dal Pronto Soccorso al quale si era rivolto il ciclista. Nemmeno il giudizio penale statuiva sul risarcimento del danno, rinviando a procedimento civile, la determinazione del danno patito dalla vittima per le lesioni giudicate guaribili in tre giorni.

Queste le scarne informazioni ricavabili dal provvedimento.

Veniamo agli interrogativi, visto che si parla tanto (qualche volta, a vanvera) di deflazionare il sistema penale che sanzioni e procedure diverse dal diritto penale che, tanto per ricordarlo, è (deve essere) extrema ratio.

E' corretto nel nostro sistema imputare penalmente ad una persona le lesioni provocate da un animale (se pure soggetto alla custodia)? Questo tipo di responsabilità (quella penale, atteso che su quella civile non si discute) non si avvicina troppo ad una responsabilità oggettiva che invece è ripudiata dal nostro sistema penale?

Attribuire rilevanza all'affermazione secondo cui il cane era aggressivo, rimettendo un presupposto fondamentale che trascina la misura dell'adeguatezza della custodia dell'umano sull'animale, alle valutazioni della vittima non è forse creare un "diritto penale della paura" secondo quello stesso metro di giudizio che stimola le grandi perplessità, da più di qualcuno avanzate, a proposito di uno degli eventi alternativi previsti dalla norma che incrimina gli atti persecutori ("fondato timore... ecc.")?

La Corte territoriale afferma che "la pericolosità del cane poteva ampiamente desumersi dalla deposizione della persona offesa, che giornalmente era spaventata dal suo atteggiamento aggressivo". Come non obiettare che, se tanto era spaventata, la vittima poteva cambiare percorso? Come lasciare a queste valutazioni l'arbitrio di giudicare la condotta omissiva dell'imputata su cui gravava l'onere di custodia del cane (che, comunque, era nel suo giardino e non per strada)? Come si può gravare il proprietario di un cane di una responsabilità penale per fatto altrui? Questa volta è stato un morso ma può addebitarsi, ad esempio, il fatto che, per l'asserito spavento (fondato o meno), il ciclista sbandi per strada e si ferisca?

Qualche perplessità che la valutazione di una responsabilità penale sia rimessa troppo alle "sensazioni" e agli "umori" della persona offesa credo sia lecita. Sembra di assistere ad una tendenza a personalizzare e soggettivizzare oltremodo la paura, con la pretesa paradossale di dotarla di oggettiva capacità di integrare una fonte di pericolo che altri devono neutralizzare.

La "società della paura" sembra prendere il posto di quella che nemmeno tanto tempo fa è stata definità "società del rischio". A me fa paura.

Volendo, su questa Rivista,

"CANE COLPEVOLE DI LESIONI PERSONALI. A PAGARE SONO I PROPRIETARI" - Cass. pen. 36461/2014​ (3 settembre 2014)​

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 ottobre – 22 dicembre 2014, n. 53138 -Presidente Teresi – Relatore Andronio

Ritenuto in fatto

1. - Con sentenza dell'8 giugno 2012, il Tribunale di Messina ha confermato la sentenza del Giudice di pace di Messina dell'8 giugno 2009, con la quale l'imputata era stata condannata, anche al risarcimento del danno a favore della parte civile, da liquidarsi in separato giudizio civile, per il reato di cui all'art. 590 cod. pen. e per la violazione amministrativa di cui all'art. 672 cod. pen., per avere cagionato a un uomo, omettendo di custodire adeguatamente il proprio cane, lesioni personali da morso, giudicate guaribili in 3 giorni (il 22 gennaio 2004). II Tribunale si è pronunciato all'esito dell'annullamento da parte della sez. 4 di questa Corte, con sentenza del 13 gennaio 2012, dell'ordinanza con la quale lo stesso Tribunale aveva qualificato il gravame dell'imputata come ricorso per cassazione anziché come appello.

2. - Avverso la sentenza del Tribunale l'imputata ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, deducendo: 1) la mancanza di motivazione quanto alla responsabilità penale, perché la persona offesa si sarebbe limitata a confermare genericamente la querela, senza spiegare la dinamica del fatto, senza descrivere i luoghi e le situazioni, senza chiarire il nesso di causalità fra l'aggressione e le lesioni, e solamente presumendo che il cane fosse di proprietà dell'imputata e non di terzi; b) la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta pericolosità del cane, essendo stata irrogata dal giudice di pace anche la sanzione amministrativa di cui all'art. 672 cod. pen.; 3) la manifesta illogicità della motivazione quanto al risarcimento del danno alla parte civile; 4) il mancato rilievo della prescrizione del reato, che sarebbe maturata il 22 luglio 2011.

Considerato in diritto

3. - Il ricorso è inammissibile.

3.1. - La prima doglianza è inammissibile, perché si risolve in una serie di rilievi di merito già ampiamente esaminati e disattesi in primo e secondo grado. Il ricorso non contiene, in ogni caso, una puntuale contestazione dell'iter logico-argomentativo della sentenza impugnata, perché la stessa prende le mosse dalla dettagliata deposizione della persona offesa, in tutto e per tutto corrispondente alla dinamica dei fatti descritta nella querela, e dal riscontro costituito dal certificato del pronto soccorso. I giudici di merito hanno, in particolare, evidenziato che la persona offesa aveva riferito di aver visto il cane che più volte aveva tentato di azzannarlo quando transitava in bicicletta e che il cane stesso si trovava nel giardino dell'imputata, e cioè, nella sua custodia, come sostanzialmente confermato da un testimone.

3.2. - Anche quanto alla pericolosità dell'animale - presupposto necessario per l'applicazione della sanzione amministrativa di cui all'art. 672 cod. pen. - la prospettazione difensiva costituisce la mera riproposizione di rilievi già avanzati in grado d'appello; rilievi ai quali la Corte territoriale ha dato una risposta pienamente adeguata e coerente, evidenziando che la pericolosità del cane poteva ampiamente desumersi dalla deposizione la persona offesa, che giornalmente era spaventata dal suo atteggiamento aggressivo.

Ne deriva l'inammissibilità del secondo motivo di impugnazione.

3.3. - Quanto al terzo motivo di impugnazione, relativo alla responsabilità civile, è sufficiente qui rilevare - anche a prescindere dall'assoluta genericità dei rilievi difensivi, del tutto privi di riferimenti critici alla motivazione della sentenza impugnata - che la condanna generica al risarcimento del danno trova pieno fondamento, secondo la corretta valutazione dei giudici di primo e secondo grado, nelle lesioni da morso al ginocchio che sono risultate provate in giudizio.

3.4. - Il ricorso deve perciò essere dichiarato inammissibile, con la conseguenza che trova applicazione il principio, costantemente enunciato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione, è preclusa dall'inammissibilità del ricorso per cassazione, anche dovuta alla genericità o alla manifesta infondatezza dei motivi, che non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione (ex multis, sez. 3, 8 ottobre 2009, n. 42839; sez. 1, 4 giugno 2008, n. 24688; sez. un., 22 marzo 2005, n. 4). Vale la pena di precisare che, nel caso in esame, la prescrizione del reato non è maturata - come sostenuto dalla difesa con il quarto motivo di impugnazione - prima della sentenza d'appello e, in particolare, in data 22 luglio 2011. Essa è maturata, invece, solo il 17 aprile 2013, in presenza di un anno, otto mesi, venticinque giorni di sospensione, dovuti a rinvii della trattazione in primo grado, concessi su richiesta della difesa.

Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello dei versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in € 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende. Così deciso in Roma. il 7 ottobre 2014.



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