Changing Society, Intersezioni -  Ricciuti Daniela - 2014-11-25

VIOLENZA CONTRO LE DONNE: QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE - Daniela RICCIUTI

25 novembre

"Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne"

Riflessioni post convegno

Oggi ho partecipato ad un convegno molto interessante.

Mi sono trovata un po' per caso (come accade qualche volta...e sono le occasioni migliori, di solito!), invitata dalla dott.ssa Francesca Delle Vergini, che colgo l'occasione per ringraziare.

Location davvero ...suggestiva (almeno per me): Regina Coeli.

Attraversare quei corridoi, che si snodano l'uno dopo l'altro, lasciandosi alle spalle una serie di cancelli (forte l'impatto, anche simbolico), col sottofondo delle urla dei detenuti dalle celle ad accompagnare il tuo passaggio...beh! mi ha fatto un certo effetto, devo ammettere!

Molte - ovvie - le considerazioni: sugli istituti penitenziari, sulle condizioni delle persone detenute, sulla funzione rieducativa oltre che punitivo - retributiva della pena, sul carcere come "risorsa" (come è stato detto nel corso degli interventi, destando una certa sorpresa, non nego) etc. ...

Ma oggi, 25 novembre, "giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne"...è su questo che vorrei brevemente riflettere.

Non essendo ammesso introdurre, all'interno del carcere, cellulare, ipad, nè ogni altro dispositivo di trasferimento dati, ed essendo del tutto sprovvista di carta e penna (ahimè!), non mi è stato possibile prendere nota degli interessanti interventi dei prestigiosi relatori, provenienti da ambiti diversi (politica, magistratura, avvocatura, polizia penitenziaria, medicina, criminologia), a conferma dell'esigenza di una collaborazione all'insegna della sinergia, per affrontare un fenomeno complesso, involgente aspetti molteplici e trasversali, quale quello della violenza sulle donne.

Non mi restano, dunque, che pochi e frammentari spunti di riflessione, affidati alla mia fallace memoria, i quali, peraltro, desidero condividere (atecnicamente, informalmente, amichevolmente) con P&D.

Dopo l'apertura, affidata ad una suggestiva rappresentazione teatrale sul tema, il min. Orlando ha richiamato la normativa vigente (in particolare la Convenzione di Instanbul e la disciplina attuativa  dello scorso anno), ispirata alla triplice esigenza della prevenzione, protezione e repressione, sottolineando, d'altro canto, la necessità di andare al di là della contingenza della programmazione legislativa, dei piani di azione: occorrerebbe - ha detto, efficacemente - una "banalizzazione" della questione.

In altri termini i principi promossi dall'ordinamento, interno e sovranazionale, dovrebbero trasfondersi in concetti acquisiti (scontati, quotidiani) a livello culturale, sociale, prima ancora che giuridico.

Di qui l'urgenza - su cui tutti gli interventi successivi hanno concordato - di un'opera di sensibilizzazione, divulgazione, in/formazione, su più fronti, al fine di incidere su (e magari superare) una mentalità diffusa, che non avverte il fenomeno della violenza sulle donne come qualcosa di veramente vile e ripugnante, inaccettabile per il comune sentire sociale, come invece viene giustamente percepita la violenza sui bambini (e ciò a dispetto dell'accostamento delle relative fonti normative sovranazionali e di ratifica: la Convenzione di Instanbul e quella di Lanzarote, di poco distanti nel tempo ed ispirate alla medesima ratio di protezione di soggetti deboli, fragili, indifesi).

Una conferma della diversa percezione sociale dei fenomeni di violenza contro le donne e contro i bambini viene proprio da lì, dal carcere.

Difatti - dicevano - vi sono particolari categorie di detenuti, quali quelli detenuti per reati di pedofilia in primis, ma in generale i cc.dd. sex-offenders (ossia coloro che hanno commesso reati a sfondo sessuale), che non vengono accettati dagli altri detenuti, e vengono anzi osteggiati.

L'aver compiuto atti ritenuti abominevoli, al punto di porli al di fuori della umanità, di farli considerare "infami", li rende - agli occhi degli altri detenuti - immeritevoli di far parte della loro comunità, e per questo vengono ostracizzati, oltre che fatti oggetto di feroci atti di violenza e di ritorsione. Sicchè necessitano di tutela e sono, perciò, destinati ad "aree protette", in modo tale da non entrare in contatto con gli altri detenuti.

Ben presto ci si è resi conto che non era/è così per coloro che maltrattano o addirittura uccidono le mogli, fidanzate,... In tali casi vi è maggiore indulgenza, comprensione, giustificazione quasi, a volte, da parte dei "colleghi" carcerati.

Questo dà l'idea di come venga percepito il fenomeno, e non solo in carcere, ma un po' dalla società in generale.

Del resto fino a non molto tempo fa, ossia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, (oltre tutto il resto) il marito poteva esercitare sulla moglie lo ius corrigendi; ed il delitto d'onore è stato abrogato solo nel 1981. Inoltre fino al '96 si riteneva - testimone la collocazione codicistica - che i delitti sessuali fossero "delitti contro la libertà sessuale", offensivi della moralità pubblica e del buon costume, anzichè della persona.

Fino a poco fa, dunque, alcuni fenomeni erano considerati normali, certe forme di violenza ai danni delle donne erano tollerate, ove non addirittura ammesse dalla legge.

E qualcosa di questi retaggi evidentemente ancora resta.

E', quindi, necessario un cambiamento della mentalità.

E perchè avvenga un vero e proprio cambiamento della mentalità occorre un'adeguata e capillare opera di diffusione, informazione, formazione, educazione. Molto più che il mero inasprimento delle pene, come è avvenuto nel 2013 e come sempre avviene quando si agisce sull'onda dell'emotività, con una legislazione emergenziale, che rischia di peccare sotto i profili della proporzionalità ed adeguatezza della pena, laddove difetti l'opportuno coordinamento sistematico.

Solo così si potrà sperare di arginare quella che è una vera e propria piaga sociale (i numeri sono impressionanti: non li ricordo con precisione, ma si parlava di circa 7/8.000 detenuti per reati di violenza contro le donne su un totale di 54.000 circa detenuti, a livello nazionale; mentre, solo a Roma, nell'ultimo anno le cifre sono raddoppiate rispetto all'anno precedente), che non fa differenze di sorta su base territoriale nè censitaria nè culturale o quant'altro.

E difatti è un problema che non è limitato a determinate aree del Paese nè è diviso per classi sociali o livelli di istruzione, colpendo anche soggetti ("vittime" e "carnefici") benestanti e con alto grado di istruzione e residenti in regioni tutt'altro che "arretrate".

Altro aspetto su cui si è appuntata l'attenzione, ha riguardato la circostanza che la maggior parte dei delitti contro le donne (omicidio, lesioni e percosse, maltrattamenti in famiglia, sfruttamento della prostituzione talvolta, stalking - integrato da condotte che, fino a poco tempo fa, non venivano neanche sanzionate) avvengono all'interno della famiglia.

In quella che sarebbe, in teoria, la sede naturale degli affetti, accade talvolta che protezione, cura, calore lascino il posto a violenza e sopraffazione, morale e materiale.

In tal caso il concetto che ancora stenta a passare è che la violenza endofamiliare non deve esser considerato un fatto privato: è un fatto pubblico, perchè la violenza è sempre un fatto pubblico e sempre richiede l'intervento (punitivo-repressivo) dello Stato.

Per cui occorre porre le basi perchè la donna superi la reticenza, si liberi dalla vergogna, trovi il coraggio di denunciare il suo aggressore, anche laddove sia proprio il marito,  il compagno di vita, il padre dei propri figli, o magari lo stesso figlio o qualcuno che comunque, invece, dovrebbe proteggerla.

Di tutta evidenza le difficoltà del caso, i noti risvolti che questo comporta, in termini psicologici, morali, esistenziali, e dunque pratici: come pensare di farcela, se non sa dove andare, come mantenere se stessa, i suoi figli?

Occorre, dunque, tra l'altro, perchè trovi il coraggio di liberarsi, che vi siano le condizioni materiali: abitazione e lavoro, in particolare, altrimenti mai potrà riscattarsi da una vita di violenza.

Ed anche qui occorre l'intervento dello Stato e della società, delle istituzioni, del mondo dell'associazionismo, di ogni dove possa derivare il necessario sostegno a queste persone che - si è voluto rimarcarlo, anche a livello terminologico, lessicale - non devono essere definite "deboli", bensì solo "vulnerabili" per un determinato periodo della vita.

Tutti possiamo esserlo.



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