Legislazione e Giurisprudenza, Persona, famiglia -  Gasparre Annalisa - 2015-02-21

VIOLENZA SESSUALE: SE LA VITTIMA E' LA EX MOGLIE - Trib. Firenze, 28.11.14 - Annalisa GASPARRE

- violenza sessuale

- dichiarazioni persona offesa: la ex moglie vittima della molestia

- le sanzioni accessorie ex art. 609 nonies c.p.: l'interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all'amministrazione di sostegno e la perdita del diritto agli alimenti e l'esclusione dalla successione della persona offesa

Il Tribunale di Firenze, in composizione collegiale, ha condannato l'imputato per violenza sessuale nei confronti della ex moglie, per avere, con violenza consistita nell'aver compiuto l'azione criminosa con insidiosa rapidità, tale da sorprendere la persona offesa e superarne la contraria volontà, costretto la moglie divorziata a subire atti sessuali, palpeggiandola e baciandola.

L'istruttoria ha dimostrato la responsabilità penale per l'ipotesi attenuata prevista dall'ultimo comma dell'art. 609 bis c.p.. I giudici, in motivazione, danno contezza di come l'assunto accusatorio si basi essenzialmente sulle dichiarazioni della parte offesa, ma altresì, facendo buon governo delle regole ampiamente note, hanno spiegato le ragioni per cui la persona offesa - non costituita parte civile - godeva di credibilità soggettiva e come il racconto dalla stessa enunciato fosse intrinsecamente attendibile.

La storia è quella di un matrimonio da cui erano nati tre figli e di una separazione come tante in cui i figli erano stati affidati alla madre, avendo - questo in effetti non comune - il marito rifiutato l'affidamento congiunto. La frequentazione del padre con i figli non era mai stata regolare ma in modo saltuario il padre si recava presso l'abitazione della ex per incontrare i figli o portare il denaro del mantenimento. In quel contesto, l'uomo non perdeva occasione di mettere le mani addosso alla ex, cercando esplicitamente un approccio sessuale, nonostante, peraltro, fosse già legato sentimentalmente ad altra donna. Ai rifiuti, l'uomo reagiva in malo modo. Altre volte l'aveva palpeggiata con violenza.

Tanto aveva sopportato la donna, cercando anche di non rimanere sola con l'ex marito e nascondesi perfino in un armadio quando sapeva che stava per arrivare, che un bel giorno presentava denuncia contro l'uomo, anche perchè spaventata dalle conseguenze che la sua confidenza al fratello avrebbe potuto provocare, in vista di un tentativo del fratello di far cessare le molestie dell'ex cognato.

Il Tribunale giudica le dichiarazioni "intrinsecamente credibili in quanto pacate, circostanziate, chiare, precise", senza "calcare la mano" e astenendosi anche dal rivelare particolari sessuali, forse per pudore: un atteggiamento del tutto coerente con quello che aveva caratterizzato gli anni di molestie e di silenzio.

Peraltro, nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che tali dichiarazioni "oltre ad essere intrinsecamente credibili, sono anche riscontrate da dichiarazioni di soggetti terzi".

Di contro, le dichiarazioni dell'imputato sono giudicate "un po' astiose e cariche di rancore per il passato". Aggiunge il Tribunale che "Ciò non le inficerebbe a priori, ma devono essere necessariamente confrontate con quelle rese dalla D.P. che sono invece apparse come pacate, tranquille, riservate, quasi frutto di uno sforzo a confidarsi ed a narrare questo spaccato non certo edificante di una ex relazione sentimentale". Inoltre "è apparso provato come la persona offesa si sia decisa ad andare a sporgere denuncia solo su forte impulso del fratello OMISSIS e non le è stato poi possibile rimettere la querela, altrimenti - forse - lo avrebbe fatto davvero".

L'imputato è stato perciò condannato alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione, pena sospesa, nonché dichiarato interdetto in perpetuo dagli uffici attinenti alla tutela ed alla curatela; inoltre è stata dichiarata la perdita del suo diritto agli alimenti e l'esclusione dalla successione dalla persona offesa.

Trib. Firenze Sez. I, Sent., 28-11-2014

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

PRIMA SEZIONE PENALE - COMPOSIZIONE COLLEGIALE

Il Tribunale di Firenze in composizione collegiale nelle persone dei giudici:

PRESIDENTE - dr. Mario Profeta

GIUDICE - dr. Maria Teresa Scinicariello

GIUDICE - dr.Laura Bonelli

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei confronti di :

A) M.A. nato a ... il (...) res. in via .... elettivamente dom.to in via ..... presso Avv. .... di fiducia - libero - presente

- difeso dall'avv. di fiducia ...... del foro di Firenze con studio in via .....

- difeso dall'avv. di fiducia ....del foro di Firenze con studio in via ....

IMPUTATO

del delitto di cui all'art. 609 bis c.p., per avere, con violenza consistita nell'aver compiuto l'azione criminosa con insidiosa rapidità, tale da sorprendere la persona offesa e superarne la contraria volontà, costretto la moglie divorziata D.P.S. a subire atti sessuali, palpeggiandola e baciandola.

Fatti avvenuti a ...., il ....2010

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con decreto emesso in data 29.06.2011 era disposto il giudizio nei confronti di M.A. per rispondere del reato di cui all'imputazione.

All'udienza del 29.05.2012, di fronte al Collegio in diversa composizione ed in assenza dell'imputato di cui era dichiarata la contumacia, era disposto un rinvio al 05.06.2013 visto il prossimo trasferimento di uno dei giudici.

In tale data, di fronte ad un diverso Collegio e presente l'imputato, le difese anticipavano il consenso all'utilizzabilità degli atti in caso di ulteriore variazione dell'organo giudicante, consenso invece negato dal Pubblico Ministero; erano così formulate ed ammesse le rispettive istanze istruttorie ed escussi la persona offesa D.P.S. ed i testi M.K., D.P.C., D.P.G., D.P.G..

Era poi disposto un rinvio per prosecuzione al 26.03.2014 quando, di fronte al Tribunale nell'attuale composizione, anche il Pubblico Ministero consentiva all'utilizzabilità degli atti istruttori già svolti riformulando, con la difese, le istanze istruttorie che erano nuovamente ammesse, con acquisizione delle dichiarazioni rese alla precedente udienza dai testi sopra indicati. Proseguiva l'istruttoria con l'esame del teste M.I. e, stante l'assenza della teste D.C., ne era disposto l'accompagnamento coattivo per l'udienza del 28.10.2014.

In tale data era sentita detta teste e si procedeva poi all'esame dell'imputato e della teste a difesa M.S., avendo il difensore di M. rinunciato agli altri testi indicati C. ed A..

All'esito, esaurita e dichiarata chiusa l'istruttoria dibattimentale, le parti formulavano e discutevano le rispettive conclusioni ed il Pubblico Ministero riservava una replica, avendo il Tribunale manifestato la necessità dell'ascolto delle registrazioni delle dichiarazioni rese dalla persona offesa.

Alla successiva udienza del 30.10.2014, dato atto da parte del Tribunale dell'ascolto di cui sopra, il Pubblico Ministero rinunciava alle repliche ed il Collegio, dopo essersi ritirato in camera di consiglio, pubblicava la sentenza dando lettura del dispositivo.

All'esito dell'istruttoria è apparsa provata la responsabilità penale di M.A. in ordine al reato a lui ascritto, ritenuta l'ipotesi attenuata di cui all'ultimo comma dell'art. 609 bis c.p., oltre il canone decisorio del ragionevole dubbio.

Deve premettersi che l'assunto accusatorio si basa principalmente sulle dichiarazioni della parte offesa, la cui valutazione è così particolarmente delicata.

La Suprema Corte, in proposito, ha più volte ribadito che "le regole dettate dall'art. 192, comma terzo, c.p.p. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell'affermazione di penale responsabilità dell'imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. ... Può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi qualora la persona offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice di una specifica pretesa economica la cui soddisfazione discenda dal riconoscimento della responsabilità dell'imputato" (Cass. Sez. Un., 17.07.2012, n. 41461).

Esaminiamo, allora, con particolare scrupolo ed attenzione - nonostante la persona offesa non si sia costituita parte civile - le risultanze dell'istruttoria espletata a partire proprio dalle dichiarazioni rese da D.P.S..

La persona offesa ha dichiarato di essersi sposata con l'imputato e che dal loro matrimonio, durato quattordici anni, erano nati tre figli, affidati in sede di separazione dei coniugi - formalizzata nel 2000 - in via esclusiva a lei, avendo il marito rifiutato l'affidamento congiunto. Al momento della separazione i figli avevano dodici, sette e, il minore, nemmeno due anni: M. lasciava la casa coniugale e, per il primo anno, le dava un contributo bassissimo per il mantenimento dei figli, pari a neanche Euro 200,00 al mese, nonostante la donna ricavasse uno stipendio di circa L. 1.000.000 dalla sua attività di barista. Questa somma aumentava poi spontaneamente ad Euro 250,00 circa mensili (all'epoca L. 500.000, forse anche un po' di più, la persona offesa non è stata chiarissima sul punto) e, in seguito all'emissione dei provvedimenti presidenziali provvisori, ad Euro 500,00, somma che l'imputato versava. Il contributo del padre per i figli era poi determinato in sentenza di separazione (siamo nel corso del 2006) in Euro 900,00: i coniugi trovavano poi un accordo con cui stabilivano la somma che il padre avrebbe dovuto versare per il mantenimento dei ragazzi in Euro 800,00 mensili. M. non rispettava questo accordo, nel senso che versava un mese Euro 650,00 oppure un altro mese Euro 700,00, dicendo alla donna che aveva dato qualcosa direttamente al figlio maggiore: oltre a ciò, non corrispondeva niente a titolo di spese straordinarie che erano state determinate a carico dei genitori in ragione del 50%. In questi casi la teste lo chiamava al telefono e l'imputato passava da casa della donna a portarle il denaro: lui diceva che andava a portarle i soldi, "quando veniva era perché dovevamo parlare di qualcosa, dei figlioli o dei soldi che doveva portare". La donna aveva necessità di questo denaro in quanto "io devo rientrare. Cioè, prendo mille Euro al mese e non ce la faccio a coprire tutte le spese". Al momento della deposizione, M. versava la somma di Euro 500,00 per i due figli minori, in quanto il figlio maggiore I. era andato per un periodo a vivere in Australia - dove si manteneva con il proprio lavoro - e, nonostante fosse tornato a vivere con la madre da due anni, non versava niente per lui. La teste, che dopo la separazione si era trasferita a vivere in una casa popolare, aveva avuto necessità di ricorrere anche ad aiuti economici dei servizi sociali, così come era stata costretta a chiedere aiuto al padre. Quanto alla frequentazione del padre con i figli, non era mai stata regolare, o almeno non era mai stata quella stabilita dal Tribunale: M. ogni tanto li andava a prendere, ma soltanto una o due volte all'anno, a parte I. che aveva frequentato di più il padre. Nelle occasioni in cui, per vedere i figli o per portarle il denaro che lei gli aveva richiesto per andare avanti, l'imputato andava a casa della donna e dei figli "succedeva che mi metteva le mani addosso", nel senso che cercava un approccio sessuale con lei. Quando l'imputato si recava nell'abitazione della D.P. e dei ragazzi, dopo essersi informato sui figli, "mi si avvicinava e io l'ho respinto più volte": quando vedeva che non riusciva ad ottenere quanto aveva in mente se ne andava offendendola, alcune volte di persona, altre volte telefonandole poco dopo, dicendole che era una puttana, una stronza, che gli voleva rovinare la vita. Le richieste dell'uomo erano esplicite, nel senso che era capitato che le avesse infilato le mani sotto alla maglietta ed avesse provato a tirarle giù i pantaloni: questo con i figli in casa, che erano in camera intenti a guardare la televisione, oppure a giocare alla Play Station. Lei reagiva allontanandolo e spingendolo e "a volte che era più insistente", alzava un po' la voce, cosicché lui si fermava, essendoci i figli nella stanza accanto. Quando chiedeva all'ex marito perché si comportava così, lui le rispondeva che le voleva ancora bene, che gli mancava e che, comunque, era stata sua moglie. La teste ha aggiunto che il figlio maggiore si era accorto di quanto accadeva, perché l'aveva vista piangere ed aveva chiesto una spiegazione che lei gli aveva fornito: dopo cinque o sei anni che si protraeva questa situazione, I. le aveva anche suggerito di telefonare alla nuova moglie dell'ex marito, tale M., dandole il numero del cellulare che il ragazzo aveva in memoria sul suo telefono. Fino a quel momento la teste non aveva mai voluto intromettersi nella nuova vita del M., ma quella volta aveva chiamato l'attuale moglie e le aveva spiegato quanto accadeva, premettendo che non era assolutamente spinta dall'intenzione di farli separare, ma che aveva proprio e soltanto la necessità di stare un po' tranquilla: aveva saputo alcuni giorni dopo di essere stata ritenuta una bugiarda. Aveva in precedenza parlato di ciò anche con la sorella dell'imputato, E., con cui aveva un buon rapporto, ma il risultato era stato lo stesso. Per sfogarsi, aveva parlato di questa situazione con le sue sorelle e, in occasione dell'ultimo episodio, con la sua vicina di casa B.D.C. e con il fratello G., che era stato proprio colui che l'aveva accompagnata dai Carabinieri a sporgere denuncia in data 27.02.2010 in seguito ad un episodio specifico, dicendo che altrimenti avrebbe cercato lui un chiarimento con l'imputato: spinta dal timore che G., nel corso di questo colloquio, potesse trascendere in comportamenti illeciti, si era decisa a sporgere denuncia. Denuncia che aveva sortito l'effetto sperato, nel senso che M. non era salito più a casa sua (e questo aveva purtroppo avuto conseguenze anche sul suo rapporto con i figli, nel senso che non li prendeva con regolarità ed erano anche diminuite le occasioni per un breve saluto). Quanto all'episodio del 26.02.2010, spiegava che l'uomo, dopo avere avvertito - come faceva di solito - che sarebbe passato a portarle dei soldi che le doveva per i ragazzi, mandava K. e C. in camera dicendo loro che avrebbe dovuto parlare di problemi importanti con la madre: rimasti soli in cucina, "mi ha attaccato al muro e ha cercato di tirarmi giù i pantaloni, infilandomi le mani dentro alle mutande" : lei lo respingeva, lui si arrabbiava ad entrava in camera dei figli dicendo che la madre era pazza: mentre se ne andava, iniziava ad offenderla facendo riferimento anche ad episodi pregressi e spiacevoli della loro vita coniugale. Le diceva, urlando per le scale del condominio, che era una troia ed una puttana. Lei si metteva a piangere ed usciva di casa una sua vicina, la D.C., che aveva sentito urlare per le scale. Molto agitata, telefonava al fratello G. per farsi "dare una mano, perché ero veramente esausta di tutta questa faccenda". Il fratello, a quel punto, chiamava l'imputato al telefono e, irato, lo offendeva: voleva anche andare a casa sua per chiarire una volta per tutte la situazione, ma la teste glielo impediva in quanto non voleva che accadessero scenate davanti alla nuova moglie ed ai figli del M. nati dal secondo matrimonio. Nel corso dell'esame, la teste ha anche aggiunto di non avere denunciato, per pudore, tutto ciò che in realtà era accaduto sia quel giorno che in quegli anni, in quanto il 26.02.2010 l'ex marito le aveva toccato anche il seno ed aveva provato a baciarla, mentre era capitato più volte che, nel corso degli anni, fosse riuscito a toccarle le parti intime. La persona offesa ha precisato che questi comportamenti dell'imputato nei suoi confronti si verificavano anche due o tre volte al mese, poi magari per un certo periodo si allontanava un po' per poi iniziare un'altra volta: uno di questi episodi si era verificato anche il giorno in cui M. si era sposato per la seconda volta. A domande delle difesa su chi fosse presente quando si verificavano questi episodi, la teste ha precisato che erano presenti i figli - in realtà in camera loro - a parte per un certo periodo I. che, raggiunta la maggiore età, si era trasferito in Australia per poi tornare a casa. Aveva quindi chiesto al figlio K. di stare con lei quando arrivava il padre, oppure di non andare in camera, ma di restare in salotto a guardare la televisione: il ragazzo le aveva chiesto una spiegazione e lei gli aveva detto che il padre cercava di avere degli "approcci" con lei. Quando arrivava il M., visto che lui solitamente avvisava del suo arrivo, aveva chiamato qualche volta la sua vicina, oppure aveva detto ai figli I. e K. (non al minore, e soprattutto a K. in quanto I. era stato alcuni anni all'estero) di restare con lei: questi avevano compreso che qualcosa di strano stava accadendo e lei aveva spiegato loro cosa, per giustificare la sua richiesta di presenziare, anche perché in una occasione (presente K.) era arrivata a chiudersi in un armadio per non vedere l'imputato. Aveva detto ai figli che il padre la molestava sessualmente e che la offendeva ed era stato in questa occasione che I., come in altre, le aveva consigliato di chiamare l'attuale moglie di M.. In realtà è emerso - a domande della difesa che cercava chiarimenti in ordine alla questione economica fra le parti - che la teste nel corso degli anni in cui l'imputato aveva reiterato questi comportamenti aveva sempre cercato di non creare clamore perché "io per avere questi soldi ... ho dovuto subire tutto il resto", in quanto "era molto difficile riuscire ad avere questi soldi che lui doveva dare ai figli", anche se poi alla fine "facendo dei grossi problemi" e con ritardo aveva pagato. M. "mi ha sempre minacciato che avrebbe ... che non avrebbe più dato una lira per i figlioli, non avrebbe più mantenuto i figli... io ho provato più di una volta a dirgli di smetterla, che avrei parlato con la moglie, l'ho fatto per dieci anni..." anche se non voleva assolutamente rovinare la sua nuova vita coniugale.

A domande della difesa, ha riconosciuto di essersi rivolta ad uno psicologo per un periodo limitato - quattro mesi - concomitante con la sua separazione, in quanto il marito l'aveva costretta ad interrompere una gravidanza e lei non aveva superato con facilità questa decisione.

Le era contestato che in querela aveva detto che, quando avvenivano questi episodi, l'ex marito cercava di buttarla sul letto: in realtà, ciò era avvenuto una sola volta, ma la teste ha spiegato che in querela era stata imprecisa perché per lei, in cucina od in camera, cambiava poco.

Queste le dichiarazioni della persona offesa.

Dichiarazioni che sono intrinsecamente credibili in quanto pacate, circostanziate, chiare, precise: qualche imprecisione sulla questione economica non inficia il dato fondamentale che la D.P. aveva necessità del denaro che il marito le doveva o per il mantenimento dei figli od a titolo di rimborso delle spese straordinarie in quanto con il suo stipendio di Euro 1.000,00 mensili non ce la faceva ad andare avanti.

Oltre a ciò, deve considerarsi che la parte offesa ha dichiarato che avrebbe anche ritirato la denuncia perché "io problemi a lui non li voglio dare, io voglio semplicemente vivere una vita tranquilla": sembra, dalle dichiarazioni sue e del fratello di cui infra, che il giorno in cui sporgeva denuncia sia stata costretta a farlo per evitare il colloquio fra ex marito e fratello, voluto da quest'ultimo, che temeva sarebbe sfociato in vie di fatto fra i due uomini.

Deve ancora considerarsi che la D.P. non appare mai avere "calcato la mano" quando descriveva i comportamenti del M. per cui è processo: è anzi emerso nel corso della sua deposizione che, il giorno in cui il fratello G. la portava a sporgere la denuncia per cui è processo, non rivelava tanti particolari, forse per pudore: ad es., non aveva detto che l'imputato le aveva toccato il seno.

Queste dichiarazioni, oltre ad essere intrinsecamente credibili, sono anche riscontrate da dichiarazioni di soggetti terzi, come richiesto dalla Suprema Corte.

Primo fra tutti il figlio delle parti, M.K., che ha subito precisato che i rapporti col padre non erano frequenti, anche se "quel poco diciamo che si stava bene insieme": la scarsa frequentazione non dipendeva né da loro figli, né dalla madre, ma proprio dal M.. Quanto ai rapporti fra i genitori, il ragazzo ha dichiarato che non erano molto buoni - la madre gli aveva parlato di molestie che riceveva senza essere entrata nel dettaglio - e che spesso la madre gli chiedeva di rimanere nella stessa stanza con lei quando il padre andava a trovarli. In occasione dell'ultima visita del padre a casa sua, mentre era nella sua camera aveva sentito delle urla, delle discussioni, "cioè offese più che altro" da parte di entrambi i genitori: il padre se ne andava e tutto finiva lì. Nelle occasioni precedenti, quando il padre andava a prendere lui ed i fratelli per portarli con sé, telefonava prima, mentre se andava a fare solo una visita non avvisava del suo arrivo: la madre cercava di evitare l'incontro con lui dicendo che il padre le dava "fastidio", tanto che alcune volte chiedeva ai figli di dire che non era in casa e, una volta, era arrivata a chiudersi dentro ad un armadio. Altre volte, per evitare di rimanere sola con lui, chiamava qualcuno, come la vicina di casa. Il teste non ha ricordato che il padre gli abbia mai chiesto di lasciarlo solo con la madre, ma ha ricordato che questa, quando magari lui era in camera sua, lo chiamava perché andasse nella stanza dove era lei con M. e ha ricordato discussioni fra i genitori per motivi di carattere economico, anche se nessuna frase offensiva. Quanto al 26.02.2010, il ragazzo non ha ricordato molto, ma ha precisato che era presente anche il fratello C. e che, una volta allontanatosi il padre, aveva visto la mamma piangere e chiamare lo zio.

Il figlio maggiore delle parti, I., ha riferito subito di non ricordare se il giorno della querela era a casa, in quanto "era nel periodo che io andavo e tornavo dall'...." (partito nell'ottobre 2006, tornato nel 2008, rimasto sei mesi in Italia e nuovamente ripartito): forse per questo motivo, non sapeva niente di quanto accaduto. Prima della sua partenza e dopo il suo ritorno, il padre si recava a casa sua e della madre circa una o due volte al mese per trovare i figli, si tratteneva una decina di minuti e poi usciva con loro, oppure se ne andava. I rapporti fra i genitori erano freddi, ma non vi erano mai state problematiche particolari, a parte il problema del denaro in quanto la madre gli aveva detto alcune volte di parlare con il babbo per farsi restituire parte del denaro speso per loro. Parlando con la madre della querela, lei gli aveva manifestato la sua volontà di ritirare le accuse "perché non sono vere": riteneva che gli zii, in sua assenza, avessero fatto alla sorella il "lavaggio del cervello", anche se la madre non gli aveva riferito nulla di un eventuale intervento dei suoi familiari nella decisione di sporgere denuncia. In realtà, in una seconda parte della deposizione, il teste ha precisato che la madre aveva sì manifestato la volontà, se avesse potuto, di rimettere la querela, senza però avere detto che si era inventata tutto. La mamma non gli aveva mai detto nulla delle avances del padre, anche se lui riteneva che ciò non fosse mai successo in quanto "sono sempre stato presente quando mio padre veniva a casa": chiesto alla mamma se ciò fosse accaduto o meno, si era sentito rispondere che il babbo "ci ha provato", anche se lui non ci aveva creduto. Il ragazzo ha riferito anche di essere stato, al momento della deposizione, in rapporti non buoni con la madre che lo aveva "buttato fuori di casa" ed aveva ritenuto, quando la donna gli aveva raccontato dell'atteggiamento del padre, che si fosse inventata tutto perché era sola e magari "ha una crisi mentale", così come aveva già fatto una volta quando aveva chiamato al telefono M., l'attuale signora M., per dirle che quest'ultimo ci "provò con mia madre". Il teste ha negato che, quando il padre li andava a trovare a casa, sia mai stato da solo con la madre, che la donna avesse chiesto ai figli di rimanere con lei, oppure che la donna, al momento in cui lui se ne andava, fosse sconvolta o piangesse; ha anche negato ogni tipo di dissidio fra i genitori, a parte per problematiche legate al denaro. A domande del Presidente, il teste ha riconosciuto che i rapporti con la madre erano "compromessi" e - dopo avere dimostrato una incrollabile ed irriflessiva certezza che non fosse accaduto nulla di quanto esposto in querela - ha dichiarato di ritenere che costei si fosse inventata tutto perché conosceva bene entrambi i genitori e, alla madre, "vengono delle crisi che la fanno comportare in questa maniera qui". Ha però escluso che fosse in cura, anche se la definiva schizofrenica, malattia che deduceva dal comportamento che aveva tenuto con lui.

Sfrondando la deposizione del teste dalle sue incrollabili, ma solo personali, certezze, rimane il fatto che la madre gli aveva detto che il padre ci stesse "provando" con lei e rimangono una serie di contrasti fra quanto dichiarato da lui - che al momento dei fatti non era nemmeno a casa, bensì in ..... - ed il fratello K., più presente in famiglia in quanto mai allontanatosi dalla casa che divideva con la madre e, soprattutto, in rapporti con mamma "non compromessi".

Madre le cui dichiarazioni sono state riscontrate anche da tutti gli altri testi.

Anche la teste D.P.C., sorella della persona offesa, ha confermato il narrato della sorella. Non ha saputo spiegare nulla circa la fine del matrimonio fra le parti, ma ha confermato alcune interruzioni di gravidanza volute dall'imputato, compresa una dopo la nascita di C. che aveva lasciato molto scossa la sorella. La teste ha riferito anche dei rapporti economici fra la sorella ed il cognato, in quanto sapeva che lui non era puntuale nei pagamenti e non pagava tutto quello che doveva: anche con i figli non era preciso nell'andarli a trovare e spesso andava a casa loro non per vedere i ragazzi, ma per dare "fastidio" alla ex moglie. Che le aveva confidato che lui le metteva "le mani addosso, per toccarla... allungava la mani, le metteva le mani sotto" con una finalità sessuale: la sorella era molto contrariata e spesso la chiamava al telefono piangendo e dicendo che non ne poteva più. Il giorno della denuncia, S. la chiamava piangendo e le raccontava cosa era successo, cioè un'aggressione di tipo sessuale da parte del M., che poi se ne era andato offendendola e dicendole che era una puttana: ciò in presenza di tale B., che abitava di fronte alla sorella. Era stato avvertito di quanto accaduto anche suo fratello G., che era andato da S. e voleva andare dall'imputato a fare chiarezza su questa vicenda oppure andare a denunciare quanto era successo: la sorella aveva preferito la seconda opzione e lui l'aveva accompagnata dai Carabinieri. Anche lei aveva già consigliato alla persona offesa di andare a sporgere denuncia, ma lei diceva che non se la sentiva in quanto M. era comunque il padre dei suoi figli; oltre a ciò, S. le aveva detto che lo stesso M. minacciava di sospendere il pagamento dell'assegno per i figli, se lei avesse parlato di quanto accadeva fra loro con qualcuno.

A proposito della querela, il fratello della persona offesa, D.P.G., ha riferito di avere avuto notizie precise da S. del comportamento del M. (che "entrava in casa con qualche scusa, con i bambini in casa, e faceva i suoi porci comodi ... gli abbassava i pantaloni e con la forza la prendeva") solo in occasione dell'ultimo episodio: prima gli aveva solo accennato qualcosa ed un'altra delle sue sorelle gli aveva detto che, ad esempio, la persona offesa si era addirittura chiusa nell'armadio in una occasione. Quanto al 26.02.2010, ha riferito che S. non voleva nemmeno andare a sporgere la denuncia, "sono stato io ad insistere ... sono stato proprio io a portarla, arrabbiandomi anche con lei" che era in condizioni pietose dopo la visita dell'imputato. La sorella l'aveva chiamato al telefono, lui era andato a trovarla a casa e "l'avevo vista sconvolta": gli era stato raccontato allora che M. era andato a casa sua e le aveva messo le mani all'interno dei pantaloni, senza però riuscire a consumare un rapporto sessuale. Si arrabbiava molto, chiamava al telefono l'ex cognato e gli diceva che doveva lasciare stare la sorella e convinceva quest'ultima ad andare a sporgere denuncia, altrimenti sarebbe andato lui a casa del M. a chiarire questa vicenda: "alla fine l'ho convinta, perché io stavo andando da lui ... perché mia sorella è una che non vuole avere casini". Si recavano insieme dai Carabinieri di ___ e, forse, la sorella ci tornava da sola anche il giorno seguente. Il teste ha aggiunto anche che la donna sarebbe stata in qualche modo coartata a subire per così lungo tempo questa situazione in quanto si sentiva sotto minaccia da parte dell'ex marito per il fatto che lui le dava dei soldi per i figli, denaro di cui la donna aveva bisogno.

Di questi approcci di carattere sessuale ha parlato, sempre per averlo saputo dalla persona offesa, anche un'altra sua sorella, D.P.G., secondo cui M. andava nell'ex casa coniugale e lì metteva "le mani addosso" alla ex moglie, che non era consenziente, "toccandola e stroppicciandosi addosso".

Sentita una persona estranea alla famiglia, la vicina di casa della persona offesa D.C., ha parlato della sua amicizia con la D.P. e ricordato che costei, quando l'ex marito la andava a trovare, le aveva chiesto più volte di farle compagnia: in sua presenza, l'imputato si era sempre comportato normalmente. L'amica le aveva confidato più volte che M., quando erano soli, le si avvicinava ed iniziava a toccarla, nonostante S. non gradisse: lei, dopo queste visite, la vedeva sconvolta. Quanto all'episodio del 26.02.2010, lei aveva visto, per la scale, M. che "veniva spinto fuori di casa" urlando e dicendo "parolacce" alla ex moglie, parole che non ha ricordato in udienza: la D.P. le aveva raccontato che "erano successe sempre le stesse cose", cioè che l'uomo le aveva messo le mani addosso "e che lei non ne poteva più".

A fronte di questo materiale probatorio le dichiarazioni dell'imputato, che ha dichiarato di essersi separato dalla moglie in seguito ad una relazione extraconiugale che la donna aveva intrattenuto in costanza di matrimonio e che lui non era riuscito a superare. Se ne era allora andato via portando con sé solo due valigie con degli effetti personali e "mi sono dovuto staccare un po' dai miei ragazzi all'inizio" per levare alla moglie il potere che aveva di usarli contro di lui. Non si vedevano spesso, perché la separazione era burrascosa e, pur avendo sofferto molto, si era poi rifatto una vita. Ha negato recisamente di avere tenuto i comportamenti lascivi descritti dalla persona offesa in quanto andava a casa di lei solo per trovare i ragazzi e pagare gli alimenti; in ogni caso, avvertiva sempre che sarebbe passato. In quelle occasioni avvenivano dei litigi, in quanto con la D.P. non si poteva parlare, "lei sa solo urlare", al che lui se ne andava. Attualmente, i figli nati dal primo matrimonio avevano ottimi rapporti con i suoi figli più piccoli, anche perché l'attuale moglie non poneva ostacoli alla loro frequentazione. Quanto alla D.C., l'aveva vista soltanto una volta "di sfuggita" e non era mai capitato che fosse presente a casa di S. quando ci andava anche lui. Il 26.02.2010 vi era stata una discussione con la persona offesa per motivi legati al denaro per i figli, erano "venuti fuori discorsi del passato che comunque tutto questo che è successo se l'è cercato. Perché poi lei cerca sempre di darmi le colpe ... e io ho detto "te lo sei cercato". Salutava i ragazzi e, in quel momento, arrivava la D.P. che gli dava una spinta e gli diceva di uscire da casa: lui usciva e, quando era sul pianerottolo, gli diceva di farsi "mantenere dagli uomini che hai", in quanto "cambiava spesso uomo" portandoli a casa con i figli anche quando questi erano piccoli. "Perché lei casca spesso in depressione e si gratifica o mettendo al mondo un figlio o prendendo un animale, poi l'animale se ne poteva liberare, il figliolo no". Quanto alle confidenza che la ex moglie avrebbe fatto alla D.C. ed ai parenti in ordine al suo pregresso comportamento scorretto, le imputava a gelosia per il fatto che si era rifatto una vita senza di lei.

Queste dichiarazioni sono sembrate al Collegio, in realtà, un po' astiose e cariche di rancore per il passato.

Ciò non le inficerebbe a priori, ma devono essere necessariamente confrontate con quelle rese dalla D.P. che sono invece apparse come pacate, tranquille, riservate, quasi frutto di uno sforzo a confidarsi ed a narrare questo spaccato non certo edificante di una ex relazione sentimentale.

E quest'ultima sensazione è poi rafforzata dalla circostanza che è apparso provato come la persona offesa si sia decisa ad andare a sporgere denuncia solo su forte impulso del fratello, che minacciava una litigata con M.. Ed anche lì, una volta dai Carabinieri, la D.P. non si è lasciata andare, ha taciuto parte del suo vissuto e parte di quanto subito per pudore e perché in fondo M. è il padre dei suoi figli: non le è stato poi possibile rimettere la querela, altrimenti - forse - lo avrebbe fatto davvero.

Così, dalla comparazione di queste due versioni così diverse delle stesse situazioni, sembra al Collegio che non possa non ritenersi credibile quella resa dalla persona offesa, del resto così riscontrata.

Ed allora appaiono irrilevanti le dichiarazioni rese dalla teste M.S., sorella dell'imputato, che ha subito dato atto che il motivo della separazione del fratello era stata una relazione extraconiugale intrattenuta dalla D.P., ha dato atto che il fratello amava profondamente i figli ai quali aveva sempre pagato gli alimenti ed era preoccupato per loro, perché la madre era un po' "emotivamente instabile" e permetteva "un avanti e indietro di uomini in casa" : ma ne aveva rifiutato l'affidamento, non li aveva presi con sé, almeno prima dell'instaurarsi di questo nuovo rapporto familiare, e non aveva nemmeno saputo creare con lei, la zia, un minimo di rapporto, semplicemente perché "non c'era feeling".

La valutazione di insieme delle risultanze acquisite in atti e sopra indicate non può che portare, così, a ritenere provata la responsabilità penale dell'imputato in ordine al reato a lui ascritto.

Che deve essere senza dubbio inquadrato nell'ipotesi attenuata di cui all'ultimo comma dell'art. 609 bis c.p., stante le condotte di M. come descritte dalla persona offesa.

Ciò posto, la pena che il Tribunale stima equa è quella di anni uno e mesi otto di reclusione.

Segue ex lege la condanna al pagamento delle spese processuali.

Ai sensi dell'art. 163 c.p., stante l'incensuratezza dell'imputato, è ordinato che l'esecuzione della pena rimanga sospesa fino al termine di legge.

Ancora, ai sensi dell'art. 609 nonies c.p., M.A. deve essere dichiarato interdetto in perpetuo dagli uffici attinenti alla tutela ed alla curatela, come essere deve dichiarata la perdita del suo diritto agli alimenti e l'esclusione dalla successione dalla persona offesa.

P.Q.M.

Il Tribunale in composizione collegiale,

visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.

dichiara

M.A. colpevole del reato a lui ascritto e per l'effetto, riconosciuta l'ipotesi attenuata di cui all'ultimo comma dell'art. 609 bis c.p., la condanna alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visto l'art. 163 c.p. ordina che l'esecuzione della suddetta pena rimanga sospesa per il termine e sotto le comminatorie di legge.

Visto l'art. 609 nonies c.p.

dichiara l'imputato interdetto in perpetuo dagli uffici attinenti alla tutela ed alla curatela, la perdita del diritto agli alimenti, nonché l'esclusione dalla successione dalla persona offesa.

Indica in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione.

Così deciso in Firenze, il 30 ottobre 2014.

Depositata in Cancelleria il 28 novembre 2014.



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