30/11/09
Autore: Andrea Canevaro, Dipartimento scienze dell’educazione, Università di Bologna
L’esperienza di don Lorenzo Milani
Nella nostra storia più recente il rapporto fra crescita del senso di cittadinanza attiva e le leggi ha un esempio importante in Lorenzo Milani. Citiamo Lorenzo Milani perché in lui vediamo un elemento di grande valore, costituito dal prendere sul serio le leggi: Si pensi all’obiezione di coscienza al servizio militare. Il suo testo L’obbedienza non è più una virtù (1968) indica la consapevolezza di una necessità di prendere sul serio le leggi anche trasgredendo per provocare il cambiamento e la strutturazione, la decisione di leggi più giuste.
Lo stesso motivo aveva guidatola realizzazione di Lettera a una professoressa (1967) e di Il dovere di non obbedire (1965).
L’attività di Lorenzo Milani è sempre duplice: da una parte questa modalità di vivere le leggi come una responsabilità del singolo in una collettività, in una società; dall’altra l’impegno del singolo ad assumere le conoscenze che rendano possibile una scelta responsabile. Il singolo deve seguire le leggi o deve segnalare e ribellarsi alle leggi ingiuste, anche pagando e non mettendo in moto nessuna azione che gli permetta di non pagare. Potremmo anche dire che il pagamento dell’obiezione di coscienza, la sfida quindi, la denuncia alla legge ingiusta è uno dei modi per far capire che il cittadino prende sul serio la legge, non si ribella al castigo che la sua ribellione alla legge ingiusta determina, non scappa, non esige il rispetto per la sua ribellione: esige il cambiamento della legge, che è cosa ben diversa.
(continua)
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30/11/09
Autore: Andrea Canevaro, Dipartimento scienze dell’educazione, Università di Bologna
Diritti e protagonisti
Citiamo Don Milani e lo prendiamo come un esempio importante perché riteniamo che nelle due parole ‘diritti’ e ‘protagonisti’ vi siano due possibili trabocchetti. I diritti bisogna costruirli insieme, con una partecipazione e il protagonista può diventare un malato di protagonismo che impedisce la costruzione dei diritti perché pensa unicamente al proprio diritto. ‘Protagonismo’ deriva da una parola importante e ne delinea lo scadimento. Occorre essere protagonisti; ma il protagonista è tale anche quando non appare sulle scene, alla televisione.
La disabilità nei confronti dei diritti e della realizzazione di cittadinanza attiva deve fare i conti con alcuni rischi e lavorare su alcuni punti chiari. Cerchiamo di ordinare i rischi e i punti chiari sapendo che non siamo certamente esaustivi, vi saranno sempre altri rischi da scoprire, da cui guardarsi ed altri punti chiari ancora da scoprire per orientarsi. I rischi che noi individuiamo sono:
- il protagonismo, già indicato, che sostituisce la cittadinanza attiva per porsi in una collocazione volutamente vistosa, costantemente al centro dell’attenzione, che non riesce a lasciare il posto agli altri, è invadente. E’ la strumentalizzazione delle disabilità esibite, utilizzate. Possiamo fare riferimento anche alla spettacolarizzazione, al sensazionalismo e alla dinamica che questo provoca, facendo pensare che vi sia la necessità di occupare la scena per poter essere qualcuno, che se non si occupa la scena si è dimenticati. Le attività mediatiche con disabili contengono questa possibile strumentalizzazione e segnalano il rischio che si possa immaginare che la disabilità serva per attirare consenso e anche per far carriera, magari politica.
- il vittimismo: è un elemento un po’ angosciante perché permette alle vittime di ritenere che il mantenere il ruolo di vittima significhi avere risolto alcuni problemi della propria vita. Per esempio: essere aiutati; e sappiamo quanto questo è corrosivo dei popoli quando entrano nelle parentesi che sono le catastrofi o belliche o per ragioni ecologiche e devono essere aiutati da altri popoli: il rischio è che cadano nel
vittimismo. Intere popolazioni, come il singolo individuo, possono rischiare il vittimismo Anche il disabile può correre questo rischio e nel vittimismo ritenere di avere diritti speciali. Con il vittimismo i diritti speciali possono essere un cappio che si stringe e, ingannandosi, è ritenuto pericoloso uscirne.
- l’antagonismo tra disabilità può rappresentare un rischio, le categorie delle diverse disabilità che entrano in antagonismo tra loro per potere ad esempio ottenere risorse.
- lo scambiare per obiettivi le strategie: ad esempio le piste preferenziali per avere la casa, il lavoro, il ragionare per quote - bisogna che vi siano tot disabili in questo settore -, l’esenzione dal fare la fila perché si è disabili, si può andare direttamente allo sportello passando avanti a tutti. Tutto questo può essere giusto ma può sembrare che questo sia un obiettivo e invece è una strategia che permette di vivere socialmente una dinamica che superi questa fase, permettendo di organizzare una società che non ha più bisogno di equivoche scorciatoie di categoria.
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30/11/09
Autore: Andrea Canevaro, Dipartimento scienze dell’educazione, Università di Bologna
Vite senza valore
Dobbiamo amaramente constatare che una delle più riuscite applicazioni degli ordinamenti è stata l’organizzazione dell’eliminazione dei disabili e dei malati psichiatrici da parte del governo nazista. Il presupposto affondava le radici nella necessità di purificare la popolazione germanica, la “razza”, dalle “vite senza valore”. Per questo si poteva utilizzare ogni mezzo. Dice Bauman: “A seconda delle circostanze si parlò di “eliminazione”, “soppressione”, “evacuazione” o “riduzione” (si legga ‘sterminio’). In seguito all’ordine impartito da Hitler il 1 Settembre 1939 a Brandeburgo, Hadamar, Sonnestein e Eichberg erano stati creati dei centri che si mascheravano dietro una duplice menzogna: nelle conversazioni sommesse tra iniziati essi si chiamavano “istituti per l’eutanasia”, mentre per il pubblico più vasto assumevano l’appellativo ancora più ingannevole e fuorviante di fondazioni caritatevoli per l’“assistenza istituzionale” o il “trasporto dei malati”, o addirittura l’insignificante nome in codice “T4” (dall’indirizzo Tiergartenstrasse 4, a Berlino, dove si trovava l’ufficio che coordinava l’intera operazione di sterminio)”. (Z. Bauman, 1992, pp. 102-103). “Boulher e Brandt [incaricati da Hitler] non incontrarono difficoltà nel radunare un gruppo di medici che praticassero l’eutanasia, alcuni dei quali però, insieme con altri funzionari operanti nello stesso programma, scelsero di lavorare sotto pseudonimo. Era loro compito eliminare, negli Heilanstalten o sanatori tedeschi, il 20 per cento degli handicappati fisici e mentali, circa 70.000 malati cronici che erano
stati ricoverati per cinque anni o più” (A.J. Mayer, 1990, p. 395).
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25/11/09
IL PARERE DEL NEUROLOGO
«Utilizzando la risonanza magnetica si possono distinguere questi casi dallo stato vegetativo persistente»
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24/11/09
Lo credevano incosciente da ventitrè anni,
un test svela che sente e capisce
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16/11/09
COMUNICATO STAMPA
Si è svolto ieri a Firenze, nella sede di Chille de la Balanza, all'ex ospedale psichiatrico San Salvi, il seminario per il ventennale della fondazione della Società: "Inconscio istituzionale oggi".
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10/11/09
Fonte "Il Corriere della Sera"
In tre hanno sospeso l'alimentazione indotta. Altri sono pronti a seguirli.
Malati di Sla in sciopero della fame: «Viviamo senza alcuna assistenza»
Salvatore Usala ha scritto al viceministro Fazio: «Voi ci dite di pazientare ma non capite che molti muoiono»
Malati di Sla che iniziano lo sciopero della fame: come uno che sta a galla a fatica e decide di mettersi addosso una cintura di piombo. Salvatore Usala e Giorgio Pinna sono attaccati alla vita con due tubi: uno serve per respirare e l'altro per alimentarsi. Da mercoledì hanno convinto le rispettive mogli a staccare il secondo: quello che gli infila in corpo un litro e mezzo di sostanze nutritive. Giosi Usala: «È una scelta difficile, ma io devo fare quello che decide mio marito». Famiglie sole in situazioni disperate. Spesso senza aiuti economici o assistenza. Pochi minuti al giorno, se va bene. Un altro malato di Sla ha già deciso di seguirli in questa lotta per chiedere aiuto: Mauro Serra, anche lui sardo come i primi due. E ce sono altri a Roma pronti a far staccare i loro tubi. Sentono di avere diritto a una vita diversa, soprattutto quella che fanno le persone che hanno intorno.
(continua)
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