Amministrazione di sostegno  -  Redazione P&D  -  17/06/2021

Spese giudiziali dell'AdS, a carico del familiare/ricorrente “sconfitto”? – Paolo Cendon

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L’amico Sergio Silvestre, infaticabile organizzatore di energie e risorse filantropiche collegate  all’Amministrazione di Sostegno nel Pordenonese, dove ancora si beneficia del grande lavoro architettonico/ territoriale svolto a suo tempo dal giudice Enrico Manzon, mi chiede di commentare un recente provvedimento giudiziale, in cui la sorella ricorrente per Amministrazione di sostegno, nei riguardi  del proprio fratello, il quale  a causa di una tetraplegia incontrava secondo la ricorrente qualche difficoltà esistenziale, si è vista – una volta respinto il ricorso stesso, in quanto secondo la giudicante l’interessato non necessitava in concreto di AdS – condannare a pagare le spese processuali.

Che dire?

Il provvedimento giudiziale è ottimo, nell’essenziale, a considerare i fatti così come emergono nel breve provvedimento, là dove la giudicante fa sue ai fini del decisum le indicazioni dell’interessato, il quale ammetteva di essere in carrozzina, ma spiegava di non necessitare in concreto di alcuna AdS, cavandosela più che discretamente nella sua quotidianità.

 Certo, stride un po’  - nella dichiarazione dell’interessato -  il passaggio in cui egli afferma di non volere una protezione tale da comportare  (secondo lui) una più o meno marcata compressione dei suoi diritti soggettivi; la verità, come sappiamo, è che in casi come il suo  - persona che ragiona bene, e che incontra solo qualche ostacolo quotidiano nella  pratica gestionale, dovuta ai problemi di ordine fisico -  nessuna limitazione di sovranità sarebbe mai stata immaginabile.

E forse, se qualcuno avesse ben spiegato che tale è la realtà effettiva del diritto italiano, al di là di fallaci pregiudizi che circolano in proposito (e per i quali vorrei anzi chiedere presto al Ministero della Giustizia di iniziare accanto a noi una campagna di Pubblicità Progresso che dilegui energicamente tali fantasmi, che ingannano i beneficiandi mentalmente impeccabili, i quali  hanno solo che da guadagnare dall’introduzione di micro protezioni ambulatorie-burocratiche),  forse, ripeto, il nostro interessato sarebbe stato meno sospettoso e riluttante.

Bene comunque in linea di massima la sostanza del decreto giudiziale.

Meno persuasiva (troppo automatica) la parte decisoria sulle spese.

Concordo in effetti con la preoccupazione espressa da Silvestre: se quella diventasse la linea processuale, nessuna sorella farebbe più ricorso al GT, per timore di dover pagare in caso di respingimento, col risultato di un ‘’abbandono’’ a se stesse per tante persone, che è esattamente lo spettro per sconfiggere il quale l’amministrazione di sostegno è stata inventata.

Vogliamo salvare qualcosa di questa parte del decreto? Sì, ed è possibile, anzi è necessario, benché qualche complicazione istruttoria possa derivarne; ma forse è un prezzo che val la pena di pagare.

Parto da una sentenza non recente dell’ottimo giudice di Bologna Antonio Costanzo, che a suo tempo condannò addirittura a risarcire il danno (non solo le spese) un figlio  parassita e degenere il quale – solo perché il padre non voleva più alimentare i suoi vizi e incoraggiare la sua indolenza – aveva intentato contro il padre, individuo ancora  in gamba, ma certo non contento di essere considerato obnubilato dal figlio, e scontento di dover affrontare un processo per dimostrarlo, una domanda di interdizione.

Certo l’interdizione non è l’AdS, anzi  è il suo contrario, ma è evidente che qualche scocciatura la può dare anche l’Ads, alla persona fragile.

Perciò concluderei:

(a) Mai condanna alle spese giudiziali per il ricorrente/familiare se è palese che costui ha agito incolpevolmente o per colpa lieve.

(b) Condanna invece, quando quell’iniziativa giudiziale è, stante ciò che emergerà negli accertamenti del GT,  ispirata da  dolo o sostenuta da una colpa grave.

Nel caso concreto la situazione qual era?

 


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