Deboli, svantaggiati  -  Redazione P&D  -  30/07/2021

Tre lapidi - Paolo Cendon

(da ''I diritti dei più fragili'', Rizzoli, 2018)

 

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   “Amavo i miei studenti e ho sempre cercato, come professore di filosofia, di fare del bene: li ho accolti a casa, sono andato in viaggio con loro, abbiamo scritto poesie insieme.

 

Un collega invidioso e bigotto, che mi odiava perché avevo respinto le sue profferte, ha costruito a un certo punto un castello di false prove, accusandomi di invadenze emotive, sconcezze archiviate nelle pennette digitali, segrete intimità coi ragazzi; nessuna calunnia è mai stata più falsa e tuttavia, per colpa di un giudice prevenuto, indovinavo già che sarei stato indagato, condannato alla fine.

 

  Temevo il processo, così sono fatto, poco somiglio a un leone della savana, le mie qualità personali sono altre: ho concluso che non mi restava altro che uccidermi”.

 

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   “Ero stato picchiato dai secondini cinque giorni di seguito; volevano facessi i nomi, non sapevo neanche di che parlassero, avevo deciso comunque di non dire nulla: sin lì c’ero riuscito.

 

  Abili  a picchiare e a torturare, non erano neanche degli sconosciuti per me, sapevo già come non restasse mai il segno sulla pelle.

 

  L’ultimo giorno hanno annunciato che avrei beneficiato di un giorno di pausa, poi avrebbero ricominciato, più duramente; questa volta non ero sicuro di resistere, mi era riuscito di sottrarre un piccolo tagliacarte seghettato dalla stanza degli interrogatori; l’avrei fatta finita una volta tornato in cella, tagliandomi le vene”.

 

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   “Sono nata con un ritardo mentale, nemmeno terribile, ero un po’ storta di corpo; mi mancava anche il naso - in senso anatomico, di protuberanza - avevo soltanto i due buchi per respirare: dall’età di dieci anni la mia famiglia mi ha chiuso in casa, non mi ha più fatto uscire.

 

  Vivevo di sopra nella mia stanzetta, si vergognavano di me, con quelli del paese; a un certo punto hanno raccontato in giro che ero partita, di notte, per raggiungere dei parenti in Australia.

 

  È una casa isolata, a mezza costa, una vera strada non c’è dal basso, nessuno passa per caso; avevano sigillato le finestre, internamente, con delle assi, quando scendevano all’emporio mi legavano con una catena, tipo barche da pesca.

 

  Avevo capito che sarebbe continuato per sempre così, ho deciso di togliere il disturbo; sapevo dove tenevano il veleno per topi, un giorno che mi avevano portato giù ero riuscita a prenderne una dose, abbondante, di nascosto”.