Giustizia civile  -  Redazione P&D  -  16/07/2021

La funzione empatico-partecipativa delle sentenze - Paolo Cendon

Non sempre, allorché a farci avvizzire è un torto, ci troviamo nella condizione di poter esigere che le cose tornino come prima, materialmente. 

 

Ciò che si può domandare è spesso solo un risarcimento.

 

Dovrà trattarsi di un cespite che, per qualità e per quantità, riporti comunque la vittima al perduto benessere: ni moins ni plus come dicono i francesi.

 

Nei casi in cui la posta sia di tipo economico, quel risultato è a portata di mano.

 

Meno semplice l’area non patrimoniale.  Occorrerà guardare qui ai dolori patiti, cioè al danno morale (pianto, ricordi ossessivi, sbandamenti di tono), nonché alle attività realizzatrici turbate, ossia al danno esistenziale (disturbi in famiglia, nella creatività, nel tempo libero).  

 

Essenziale in materia la funzione empatico-partecipativa.

 

Nessun dubbio sull’utilità del denaro pur in ambito non patrimoniale: maggiore la provvista, più ampie le iniziative prospettabili alla vittima, in vista di un ritorno in carreggiata: oggetti piacevoli da acquistare, micro compensazioni, usanze con cui riconciliarsi; scelte di tipo innovativo o restaurativo, viaggi da intraprendere.

 

Spesso il nodo decisivo, la leva per riemergere spiritualmente, si collocherà però a livello di linguaggio.  Le frasi spese dal giudice in sede di motivazione; le espressioni in grado di far sentire il sofferente compreso nella sua odissea, ascoltato fino in fondo.

 

Dimostrazioni letterarie di attenzione, di solidarietà umana - rivisitando passo dopo passo, senza toni di maniera, la sequenza ripercussionale. 

 

Un magistrato capace, descrittivamente, di dar conto di tutto ciò: “Siamo dalla tua parte, ce l’hai detto nella denuncia, sul banco dei testimoni”; sentenze che non facciano sentire il danneggiato solo al mondo, come se niente gli fosse successo





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